Boa sorte, meu amor. Intervista a Daniel Aragão, Gregorio Graziosi, Vinicius Zinn e Christiana Ubach

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NUOVO CINEMA BRASILIANO
Intervista ai realizzatori di Boa sorte, meu amor.
Il regista Daniel Aragão, lo sceneggiatore Gregorio Graziosi e agli attori Vinicius Zinn e Christiana Ubach.
a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa
Locarno, 10 agosto 2012
da Rapporto Confidenziale 36

Partono i titoli di coda, le luci si accendono e le persone incominciano a lasciare la sala. Al nostro fianco scivola l’attore protagonista: lo stesso volto che hai seguito sul grande schermo fino ad un attimo prima, di colpo si materializza nel mondo reale, sorridendoti. Un secondo dopo è il turno dell’attrice. Quando capitano queste cose non è semplicissimo ritrovare un certo distacco, perché quando la dimensione onirica di un film irrompe nella realtà il suo effetto è deflagrante, come un fulmine a ciel sereno. Pochi attimi dopo eravamo seduti su di un paio di comodi divani a chiacchierare con il regista (Daniel Aragão), lo sceneggiatore (Gregorio Graziosi) e i due attori protagonisti (Vinicius Zinn e Christiana Ubach) di Boa sorte, meu amor. Un film che abbiamo amato moltissimo per la sua energia e l’impetuosità delle passioni in esso contenute. Un film che ci ha fatto scoprire l’esistenza di un cinema brasiliano realizzato da una generazione nata negli anni ’80 che senz’altro saprà farsi notare negli anni a venire, lasciando intravedere che da quella nazione è forse giunto il tempo di accogliere delle novità, per non rimanere eternamente incantati a rimirare il cinema del passato. Tutto cambia, tutto si rinnova, e il cinema, prima di tutto, è uno strumento che ci può aiutare a cogliere le trasformazioni in atto nel mondo e nella società.

 

Daniel Aragão – © Alessandro G. Capuzzi & Emanuele Dainotti / Sette Secondi Circa

 

Roberto Rippa: Da dove nasce l’ispirazione per il film?

Daniel Aragão: Le radici della mia famiglia affondano nell’entroterra, provengono dalle zone rurali del Pernambuco. Io invece sono cresciuto e vivo a Recife, sono quindi una persona cittadina. Da questo doppia anima, da questo contrasto, arriva il soggetto di Boa sorte, meu amor.
Al funerale di mia nonna ho conosciuto molte persone di quella regione. Erano dieci anni che non ci andavo più e lì ho ritrovato quella realtà, quelle persone, quel tipo specifico di umanità. Questo evento mi ha fatto pensare molto intensamente ad un film. Ho pensato che avrei dovuto fare un film su questo contrasto: fra le origini della mia famiglia e la mia visione della vita di giovane di città. È questa la ragione principale per cui ho girato questo film.

RR: Dunque questo film rappresenta un’occasione per riscoprire le tue origini, la storia della tua famiglia. Un ritorno alle tue radici, proprio come dice la canzone presente nel film: Going Back to My Roots

DA: Sì, è esattamente così. È stato tutto molto naturale, qualcosa di estremamente emotivo. Amo la musica e questa canzone ha fatto la sua comparsa nella mia vita molti anni fa, continuando a riproporsi nella mia testa. Poi, a un certo punto, ho pensato con chiarezza che la questione delle radici, legata a questa canzone, sarebbe stata il cuore del mio primo lungometraggio.

Alessio Galbiati: Il film è suddiviso in tre capitoli… il titolo di uno di questi dovrebbe proprio essere tratto dalla canzone, giusto?!

DA: Il primo capitolo non viene esattamente dalla canzone di cui stiamo parlando, ma dall’altra, I Don’t Need You Around di Jackie Wilson, quella su cui si apre il film. <em di Lamont Dozier rappresenta alla perfezione lo spirito con il quale ho fatto questo film: «Siamo ciò che abbiamo perso». Mi è piaciuto ripetere più volte le stesse canzoni, cercando il modo di metterle in connessione, in dialogo fra loro, in comunicazione con la storia e le atmosfere. Ho utilizzato due canzoni principali che si ripetono tre volte nei capitoli del film.

 

Daniel Aragão – © Alessandro G. Capuzzi & Emanuele Dainotti / Sette Secondi Circa

 

RR: Come compositore della colonna sonora originale hai lavorato con Jimi Tenor. Come mai questa scelta di un musicista finlandese per un film brasiliano?

DA: Amo Jimi Tenor, è fantastico! Ho sentito un suo album orchestrale degli anni ‘90 in cui ha fatto un lavoro meraviglioso, e immediatamente ho pensato che, se mai avessi girato il mio primo lungometraggio, lo avrei senz’altro contattato per fare qualcosa. Quando il film ormai andava compiendosi ho pensato di mandargli una mail, chiedendogli se avrebbe voluto partecipare. Ha accettato subito e si è messo immediatamente al lavoro. Ha uno studio musicale a casa sua, ed è dannatamente veloce, tanto che ha iniziato da subito a mandarmi tracce audio, idee. Non mi ha mai parlato di soldi, nemmeno una volta fino a quando abbiamo finito il lavoro. Ad un certo punto lui mi ha chiesto: «Ma ci sarà qualche soldo?!», e io gli ho risposto: «Sì, certo che verrai pagato!». È una persona incredibile.
Io avevo in testa parecchie idee circa la colonna sonora, ho cercato di spiegargliele dandogli il maggior numero di informazioni che credevo potessero servire al suo lavoro.

RR: Jimi Tenor ha lavorato alla colonna sonora guardando le scene del film oppure unicamente ascoltando la descrizione che ne facevi?

DA: È stato molto divertente lavorare con Jimi perché abbiamo due approcci diversi alla creazione artistica. Lui è pragmatico e istintivo, lo senti da come suona il sax, mentre io sono estremamente riflessivo. Io gli spiegavo e lui faceva. Ha visto due scene, ha composto la musica sulle mie descrizioni e solo alla fine di tutta la lavorazione ha visto il film intero. Ha improvvisato moltissimo, ma è stato collaborativo, accogliendo le mie indicazioni in maniera creativa. È una persona molto carina e mi auguro che ottenga maggiori riconoscimenti, perché ha un grande talento e una forte competenza.
In realtà l’idea originale era stata quella chiamare un artista degli anni ‘80, The The, ossia Matt Johnson. Ne ho parlato con lui e lui mi ha detto: «Facciamolo!». Ma poi ho pensato che avrebbe dovuto essere Jimi Tenor.
Per il prossimo film le musiche saranno di Matt Johnson! Ma il sogno è Bacharach!

AG: Boa sorte, meu amor parla della divisione in classi sociali del Brasile contemporaneo. Puoi raccontarci la tua visione della società brasiliana?

DA: Credo che nel mio Stato, il Pernambuco, una regione del nord del Brasile, abbiamo un modo del tutto particolare di rapportarci fra classi sociali. La situazione attuale è molto contraddittoria, e il mio lavoro è consistito nel compiere la ricerca di un mio punto di vista sull’argomento, che poi è quello che faccio con ognuno dei miei film. Io non vengo da una famiglia ricca, ma da una famiglia che ricca lo è stata molto prima, qualche generazione fa. Quindi mia madre è un po’ razzista! (ride). Ho frequentato una scuola cattolica molto radicale, se ti avessero scoperto baciare una ragazza ti avrebbero cacciato. Era una scuola decisamente molto conservatrice. È una società molto ipocrita la nostra… si vive con le cameriere in casa, ma con un cuore grande (ride). Per me l’ipocrisia è una cosa molto fastidiosa. Ho cercato di inserire tutti questi aspetti, in maniera quasi comica, con l’intenzione di voler sbattere in faccia a questo tipo di persone ciò che sono realmente, vorrei portarle a pensare.
Ciò che credo debba fare un cineasta sia mostrare la società nella quale vive. Ho una visione piuttosto radicale: o fai così, o non fai film. Voglio portare sullo schermo ciò che ho visto e imparato nella vita.

AG: Il film si apre con una storiella raccontata dal padre a Dirceu, il giovane protagonista del film, interpretato da Vinicius Zinn. Una storia che parla di schiavismo. Da dove viene questa storia e come questa si lega alla tua famiglia, alla dimensione autobiografica che ci hai raccontato essere una delle caratteristiche con le quali hai realizzato il film?

DA: È una storia che appartiene al nord del Paese, ma anche a tutto il resto del Brasile, una storia che mi è capitato di sentire per la prima volta proprio al funerale di mia nonna. È un fatto legato alla mia bisnonna, una donna di origini Indie. Quando i miei prozii me l’hanno raccontata non riuscivo a crederci. Sapete com’è, il Brasile è pieno di bugiardi (ride). Eppure mi assicuravano che era tutto vero: «No, non stiamo scherzando. La tua bisnonna viveva in una specie di gabbia, era una schiava sessuale». Mi hanno fatto vedere un disegno, un suo ritratto molto antico, in cui erano evidenti i suoi lineamenti da India. A questo punto ho incominciato a fare moltissime ricerche sull’argomento, trovando conferme a partire dai miei genitori, che fino a quel giorno non mi avevano mai raccontato nulla. È una storia nascosta che non raccontavano a tutti, una storia che non riguardava solo la mia famiglia, piuttosto comune a molte altre.

 

Gregorio Graziosi, Daniel Aragão – © Alessandro G. Capuzzi & Emanuele Dainotti / Sette Secondi Circa

 

AG: La sceneggiatura, scritta da te insieme a Gregorio Graziosi, è incredibile. Soprattutto pensando che si tratta di un’opera prima. I personaggi hanno un’evoluzione, partono da un punto ed arrivano a un altro. Questa evoluzione, questi cambiamenti, sono una cosa molto complicata da mostrare in un film. In che modo avete lavorato alla sceneggiatura?

DA: La sceneggiatura alla quale siamo giunti nasce da una stesura precedente interamente scritta da me. Poi ho pensato fosse il caso di lavorare con Gregorio a una riscrittura completa, abbiamo guardato i miei precedenti cortometraggi ed abbiamo discusso proprio come stiamo facendo ora. Abbiamo cercato di capire cosa volevamo dire, dove fosse il film dentro a questa storia. Boa sorte, meu amor è molto ellittico, un’idea che abbiamo avuto durante tutta la fase di scrittura e che abbiamo mantenuto intatta fino al montaggio. Senza queste modifiche, a mio avviso, il film sarebbe stato molto più lungo e stancante. Al montaggio abbiamo discusso moltissimo, si può dire che l’abbiamo riscritto in questa fase della lavorazione, non tanto alterandone la storia, ma sfumando, togliendo la dove ve ne fosse bisogno.

Gregorio Graziosi: Quando Daniel ha ottenuto i soldi per fare il film non avevamo ancora una vera e propria sceneggiatura. La sua idea iniziale era di girare a San Paolo, ma in quel momento era molto difficile per lui spiegare quali fossero le reali intenzioni della storia che voleva raccontare. Addirittura pensava di voler realizzare un documentario sulla vecchia fattoria della sua famiglia. A questo punto abbiamo incominciato a parlare, a confrontarci sulle idee profonde di questa storia. Daniel è uno tra i miei migliori amici, mi è facile capire ciò che gli passa per la testa. Sapevo che il realizzare un film di finzione era la strada che avremmo dovuto imboccare. Così gli ho fatto una proposta: «Scriverò un soggetto e, nel caso in cui ti piacesse, scriverò la sceneggiatura». Lui ha accettato, ed io la notte stessa ho scritto la sceneggiatura. Dopo averla letta, il giorno dopo, mi ha detto: «Mi stai prendendo per il culo?»…

DA: …Perché c’erano tutti gli elementi di cui avevamo parlato! Era come una seduta dallo psicologo… Mi mette sempre sotto pressione, mi chiede sempre se quello che stiamo decidendo di fare sia realmente quello che voglio. Gregorio è molto duro con me.
La sua collaborazione è stata decisiva nel farmi imboccare la strada del lungo di finzione, ma soprattutto nel mettere ordine fra le reali motivazioni di questo film. Mi ha aiutato a metterci dentro tutto quello che sentivo. Quando cominci a lavorare come cineasta cerchi di pianificare la tua filmografia. Pensi che il primo film tratterà di un argomento, il secondo di un altro ancora e il terzo di un nuovo aspetto della tua “visione”. Gregorio mi ha fatto capire che era invece il caso di metterci tutto quello che sentivo, anche perché non si può sapere se davvero farò un secondo film… Magari morirò presto! (ridono)
Lui ha messo ordine nelle mie idee, ha portato tutte le sue conoscenze nella scrittura. Abbiamo lavorato molto per ottenere una sceneggiatura che funzionasse.

GG: La storia presenta molti elementi personali. Elementi che provengono dalla famiglia di origine di Daniel, ma anche suoi personali. Per me questa sceneggiatura è uno specchio della sua personalità e ciò è stato possibile perché ci conosciamo molto bene.

RR: Vi conoscete da tanto tempo?

GG: A dire il vero non da tanto tempo, ci conosciamo da sei anni. Abbiamo viaggiato insieme in Germania a presentare il suo primo corto e mi ricordo che la prima conversazione che abbiamo avuto era sulla possibilità di girare un lungometraggio. Questo è strano perché siamo diventati buoni amici sin dal giorno in cui ci siamo incontrati. Strano perché viviamo in Brasile ma in luoghi differenti. L’anno successivo ci siamo rivisti fuori dal Brasile ad alcuni festival cinematografici, e poi in campagna, dalle sue parti. È stata un’occasione per iniziare a lavorare insieme, un’occasione per parlare delle nostre vite e anche di cinema.

DA: Ha funzionato perché anche lui è un regista. Abbiamo scritto la sceneggiatura e poi lui se n’è andato. Ma sul set non l’ho voluto. È tornato nella fase di montaggio, cioè dopo un mio primo montaggio che insieme abbiamo modificato, compiendo una riscrittura totale di alcune scene. Tutto sommato è stato un processo veloce: dalla pre-produzione alla sua anteprima al Festival di Locarno sono passati dieci mesi. Dieci mesi decisamente intensi!

RR: Gregorio Graziosi ha dunque avuto un ruolo molto importante nella costruzione di un film così complicato…

DA: Sì. Lui in effetti ha esercitato una forte pressione. Mi diceva cose come: «Fai questo! Fai quest’altro!». E io pensavo: «Ma prendiamoci una pausa… usciamo a divertirci, facciamo una serata». Ma lui continuava a spingere sull’acceleratore, creando contrasti, e la cosa ha funzionato. (ridono)
Credo che il significato della vita sia scoprire sé stessi attraverso la pressione che qualcuno esercita su di te. Penso che scopri te stesso quando qualcuno ti spinge a farlo.

AG: Volevo chiedere qualcosa circa la sceneggiatura e la conduzione degli attori. Ho avuto l’impressione che in parecchie scene gli attori recitassero le proprie battute con la consapevolezza di quel che sarebbe accaduto al proprio personaggio. Come se raccontassero i propri sogni, già consapevoli del proprio reale destino. In particolar modo questo mi pare evidente nella scena in cui Maria, interpretata da una bravissima Christiana Ubach, racconta, seduta al tavolo di un ristorante, la propria storia. Come avete lavorato a questa dinamica?

DA: Il personaggio di Maria ama la musica perché io amo la musica. Lei è una pianista frustrata, io un musicista frustrato. Questo me l’ha subito fatto notare Gregorio. A quel punto non c’era ancora una sceneggiatura, ed io sono partito Los Angeles… Mi piace molto viaggiare. Sono stato a un concerto di Todd Rundgren, di cui sono un grande fan, e dopo il concerto lui mi ha raccontato quella storia con due frasi. Mi ha detto che non essendo capace di fare nulla allora era diventato musicista. Con quelle due frasi in testa ho scritto di getto il dialogo di quella scena. Quando l’abbiamo letta insieme agli attori, Christiana ha portato molto al personaggio ed è stato molto intenso notare quante idee avesse. Io non sono come il personaggio, io tengo i piedi ben piantati per terra, abbiamo discusso molto. Quando ti occupi di arte devi avere un’immagine di te stesso proiettato nel futuro e vivere intensamente il presente. Insomma devi avere un piede in avanti. Raccontarsi “farò questo” o “farò quest’altro” non è sufficiente.
Abbiamo discusso molto per quella scena, si vede nello sguardo di Christiana che Maria farà un salto in avanti.

GG: Stavo parlando con l’attrice e lei mi ha detto che condivideva con Maria la visione dell’essere artisti. Essere attrice in Brasile non è una scelta facile, la sua famiglia per esempio era molto contraria a questa decisione.

RR: Perché è così difficile?

DA: Perché a Recife siamo molto concreti circa le esigenze della società: se sto male ho bisogno di un dottore, di un avvocato… è come se fossimo ancora fermi agli anni ‘40, all’Italia del dopoguerra. Il Brasile di oggi è come se fosse appena uscito da una guerra. Stanno nascendo nuove cose, in maniera molto veloce. Ma è una crescita veloce e totalmente confusa, estremamente diversa da quanto sia mai successo. Un sacco di musicisti brasiliani negli anni ’60 hanno lasciato il Brasile per una carriera all’estero; un grande musicista come Antônio Carlos Jobim diceva che in Brasile non fregava niente a nessuno, ma è pur vero che nel Paese ci sono moltissimi artisti. È un grande mistero, dovrò fare altri cinque film per capirci qualcosa.

RR: Pensi che questa difficoltà possa rendere più stimolante il tuo lavoro?

DA: Sì. Nella mia città, Recife, c’è un grande sforzo da parte del governo locale perché vengano girati film, ma noi siamo molto duri l’uno con l’altro, tra registi, siamo abituati a dirci solo la verità. Ci diciamo cose del tipo «Odio il tuo film, figlio di puttana». Non siamo diplomatici come a Rio De Janeiro. Ci diciamo le cose come stanno.

RR: Ah, fantastico, sembra il posto ideale dove lavorare…

DA: Sì lo è!

AG: La fotografia di Boa sorte è estremamente interessante. A partire dal rapporto, 2:35:1, e dalle scelte cromatiche così desaturate e “sporche”. Come hai lavorato con il direttore della fotografia Pedro Sotero?

DA: È stato molto divertente perché Pedro è come un fratello per me, litighiamo anche molto, forse perché siamo simili. Io sono molto attaccato alla macchina da presa, se non sono dietro all’obiettivo non mi sembra di dirigere. Nei miei cortometraggi mi sono sempre occupato anche della fotografia. In questo caso abbiamo unito le forze e abbiamo discusso molto, litigato molto. È una domanda molto difficile a cui rispondere perché dovrei ricordarmi come è stato per ogni singolo scena. Come abbiamo pensato alle immagini, ai movimenti di macchina. Se ci ripenso mi rendo conto che è stato un lavoro molto naturale ed organico. Abbiamo un ottimo rapporto e abbiamo funzionato benissimo fra noi.

RR: Ci sono delle scene talmente ricche a livello visivo da avermi portato a chiedere se avete disegnato uno storyboard? Alcune inquadrature sembrano dipinte… come il volto sotto la sabbia…

DA: Non mi piace pianificare troppo perché per me il piacere maggiore deriva dalla spontaneità sul set. Se non vedo la macchina da presa, se non penso a come quelle scene saranno in sala di montaggio, non mi sembra di girare un film. Già in sceneggiatura abbiamo suggerito alcune scene con precisione. Non amo particolarmente il lavoro di montaggio. Quindi, se dovevamo girare un dialogo, dovevamo farlo in una sola presa. Abbiamo avuto il coraggio di girare in questo modo, e il direttore della fotografia ha saputo seguirmi, mi ha seguito nella scelta di girare in maniera estremamente precisa. Nel corso del film mi piace ripetere alcune scene, ma ogni volta con un significato diverso.
Quando il personaggio di Dirceu entra nell’appartamento, hai la stessa immagine per tutto il tempo, la stessa inquadratura. Entra in quell’inquadratura prima con la ragazza, poi con un amico, poi entra lei per andare al pianoforte… volevo che tutto fosse rigoroso. Nella scena del pianoforte, ad esempio, il direttore della fotografia mi ha suggerito di usare un dolly, ci siamo scontrati, ma alla fine mi ha convinto. E il risultato è stato davvero soddisfacente. Quando ci occupavamo della fotografia è stato come guardare il film. C’è stata un po’ di gelosia, perché la macchina da presa diventa in qualche modo come i tuoi occhi, ma tutto sommato è stato facile. Magari avrò problemi con il prossimo film, quando le macchine da presa saranno molte. (ride)
Devo sentire l’immagine, sono molto paranoico a questo riguardo.

AG: Noi siamo cinefili, per cui, anche quando andiamo a fare la spesa, vediamo citazioni cinematografiche. Il naso che affiora dalla sabbia, ad esempio, ricorda Blue Velvet di David Lynch… ma trovare citazioni è poco altro che un gioco. Quali sono i tuoi riferimenti cinematografici? Quali quelli che ti hanno maggiormente influenzato nella realizzazione del tuo primo lungometraggio?

DA: Quando rivedo il film devo fare uno sforzo per ricordare cosa mi abbia realmente ispirato. Ora che sono appena uscito dalla sala mi viene in mente Samuel Fuller. Penso sempre a lui, per esempio nella scena in cui il dottore parla con la protagonista, per me quella scena contiene una summa di come Fuller girava: cercando di sorprendere lo spettatore, di spiazzarlo senza alcun preavviso. Non svolte di trama in stile hollywoodiano, ma in una maniera più organica, più dentro al personaggio. Un modo di fare cinema semplice, ma profondo e pieno di dettagli. Fuller era molto sottile nel cambiare registro all’interno della stessa scena, e lo faceva senza modificare l’angolazione della macchina da presa, ma cambiando le emozioni all’interno della stessa inquadratura. Questo è stato un insegnamento molto importante per me. E poi amo il cinema di Fassbinder, il modo in cui usava la musica, il suo essere così diretto. Lo amo molto.
Credo che nel mio film il punto focale sia stata la musica. Abbiamo ascoltato molta musica, in ogni fase della lavorazione, dalla scrittura della sceneggiatura al montaggio. Abbiamo ragionato su come costruire il film con la stessa struttura di una canzone.

RR: In quest’intervista, ci stai raccontando quanto questo film sia personale, e quanto abbia a che fare con i tuoi incontri. Lo sceneggiatore prima, il direttore della fotografia, Jimi Tenor… Tanti incontri che hanno contribuito a chiarirti l’idea del film. L’ultimo incontro è stato con gli attori, come avete lavorato?

DA: L’incontro con gli attori è stato piuttosto istintivo. Per me il cinema è come il desiderio.
Pedro Severien, il mio produttore, è andato a Rio per provinare alcuni attori, ma quando abbiamo visto lei, abbiamo capito che sarebbe stata la protagonista. È come se ci fossimo innamorati di lei. È come se fossi tornato adolescente. Mi dicevo, «Wow! Questa ragazza è sorprendente!». In questo senso non posso essere professionale, non l’ho scelta perché era meglio di un’altra, l’ho scelta perché mi è subito sembrata la scelta giusta. Istintivamente. Lei non è di Rio, per me questo poteva costituire un potenziale problema, ma non ci ho badato, mi sono detto che in qualche modo avremmo fato. È difficile da spiegare. È il desiderio di vedere quella persona all’interno del tuo film. È come per le canzoni, tu ne ami una, e se ti chiedi come mai la ami così tanto, perdi il piacere nell’ascoltarla. E poi credo di essere capace di leggere le persone attraverso le loro emozioni, li osservo come si comportano nella vita di tutti i giorni, come bevono un bicchiere d’acqua, come chiedono di andare al gabinetto (ride). Sono una specie di voyeur, mi piace osservare la gente. Sono così radicale nell’osservare la gente che posso diventare duro con le persone. Se non mi piace una cosa la odio. Sono molto radicale: amo o odio.

 

Vinicius Zinn – © Alessandro G. Capuzzi & Emanuele Dainotti / Sette Secondi Circa

 

RR: Boa sorte, meu amor è dunque un film estremamente personale, che ha a che fare con la vita di Daniel, com’è stato per voi attori entrare in connessione con i personaggi, con la storia, con il film?

Vinicius Zinn: Per fare un film come questo devi, prima di tutto, guardare una persona negli occhi, devi essere sincero. Ed io mi sono connesso ai buchi neri di Daniel, quelli che tutti abbiamo, ho cercato di sentire con il cuore quel che avremmo fatto insieme. Anche a livello di fiducia, perché quando cominci un progetto come questo, così coinvolgente, devi lavorare con il cuore aperto, non hai alternative. Daniel è molto istintivo, quando giravamo una scena e ci guardava, eravamo subito in grado di capire. Noi attori abbiamo dovuto trovare da soli i nostri punti di riferimento.

DA: A me non piace provare molto le scene. Parliamo più di cose della vita, siamo stati a casa mia, abbiamo ascoltato un sacco di musica, ho parlato molto di come sono. Non avevo stabilito un processo preciso, un metodo, per lavorare con gli attori. Abbiamo parlato molto fra noi, in maniera aperta, abbiamo lavorato alla maniera di Recife. Poteva capitare che uno chiedesse: «Ti è piaciuta la scena? », e la risposta era, «No! Per niente!». Sempre molto diretti. Sul set avevamo tutti lo stesso umore, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, e quindi con gli attori ci siamo immediatamente capiti.

RR: Siete entrati nel suo mondo attraverso elementi esterni alla sceneggiatura?

VZ: Sì. Noi non siamo di Recife, non c’ero mai stato prima, non ne conoscevo la cultura né le relazioni tra le persone. Credo abbia fatto un ottimo lavoro. Prima ci ha mostrato l’ambiente, ci ha fatto conoscere la città, le persone, e solo dopo ci ha condotti nell’universo del suo film. È stato così naturale che ci siamo ritrovati dentro alla storia quasi senza accorgercene.

RR: Voi da dove venite?

VZ: Io da Brasilia, che è il posto più strano del Brasile. Però vivo a San Paolo.

Christiana Ubach: Io invece sono di Rio. Sono rimasta scoccata perché Recife è rovente, una città caldissima in un cui la gente è molto cruda, diretta (picchia il pungo con il palmo della mano; NdR.).

RR: I vostri ruoli sono estremamente impegnativi, soprattutto per l’intensità delle emozioni con le quali avete avuto a che fare, e pure dal punto di vista fisico…

CU: È stato molto difficile, il mio corpo è cambiato molto durante la lavorazione. È stato complicato imparare la lingua che si parla a Recife, perché l’accento è molto differente. È stato come imparare un’altra lingua. Quando sono tornata a Rio tutti mi chiedevano cosa mi fosse capitato. Sono diventata una donna forte a Recife.

DA: Quando l’ho vista ho capito che sarebbe stato difficile, ma ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. È una cosa che ho potuto cogliere in lei. Non li ho scelti perché fossero pronti a questa lotta, li ho scelti perché volevo che combattessero, anche se al momento della scelta non lo erano.

RR: Quindi li hai scelti perché sapevi che avresti potuto ottenere da loro ciò che volevi…

DA: Sentivo che avrei potuto ottenere da loro ciò che volevo, ma non potevo esserne sicuro…

VZ: È stato un rischio…

DA: Sì, però sentivo che sarebbe stato rischioso, ma nell’accezione positiva del termine “rischio”. Christiana era reduce da un anno di soap opera, e il mio produttore mi diceva: «Ma pensi di portare a Recife un’attrice di soap opera? Morirà!». Io gli ho risposto: «Sì, facciamolo!». Vinicius è un attore preparato, sapevo che ce l’avrebbe fatta. Ma pensavo che Christiana avrebbe potuto lasciare il set.

CU: Non l’avrei mai fatto. In qualche momento durante la lavorazione mi è mancato che Daniel mi spiegasse il senso di alcune scene. Gli chiedevo di farlo, e lui si fermava a spiegarmi quel che non ero riuscita a cogliere. Come già detto, prima di girare il film, essendo questa una storia personale, abbiamo condiviso le nostre storie personali per costruire al meglio i personaggi.

DA: Abbiamo parlato molto di noi. Lei mi ha raccontato un po’ della sua vita, allora ho capito che avrebbe compreso il personaggio. In realtà l’avevo capito già durante il provino.

RR: Adesso, dopo avere lavorato su un set così particolare, come sarà tornare ad altri lavori, a lavori molto più convenzionali?

VZ: Dopo quello che abbiamo vissuto in questa occasione mi sento diverso, le cose sono cambiate molto, sia come attore che come persona. Tornare ha significato riadattarmi alla mia vita e alla mia città.

DA: Prima di lavorare con me, Vinicius aveva già fatto delle cose importanti, ma questo è stato il suo primo ruolo da protagonista. Per questo ci siamo sentiti tutti sulla stessa barca. Era il mio primo lungo e per loro il primo ruolo da protagonisti.

 

Christiana Ubach – © Alessandro G. Capuzzi & Emanuele Dainotti / Sette Secondi Circa

 

AG: Essendo questa una produzione di soli uomini, quanto hai dovuto lottare per conservare la femminilità del personaggio?

CU: Ho lottato molto. Quando sono arrivata sul set mi sono accorta che erano tutti uomini… (ride)
Il mio personaggio è intelligente come una donna, ma si comporta come un uomo. A Recife questa è una cosa piuttosto comune. Per una ragazza di Rio un’esperienza del genere, in una città come Recife, è davvero ottima, ho imparato molto. Non solo sulla mia professione e sulla mia passione, ma anche sulla vita. Daniel mi ha fatto sentire così libera. È stato difficile trovarmi in un altro Stato e con un’altra lingua, essere in Brasile ma trovarsi in un posto così diverso da quello che conoscevo – il Brasile è enorme. Questa esperienza mi ha permesso di crescere molto.

DA: Quando ci siamo visti la prima volta le ho dato un profumo. Era lo stesso della mia ex ragazza.

CU: È proprio una cultura differente. (ride)

DA: E continua a portarlo! (ridono tutti)

RR: Cosa sarà del film dopo Locarno? Uscirà in Brasile?

DA: Qui al festival è stata la prima; nei prossimi giorni il film sarà al World Cinema di Amsterdam. La prima proiezione in Brasile sarà a Brasilia, nel festival più importante del Paese, il Festival de Brasília do Cinema Brasileiro che quest’anno è alla sua 45esima edizione. Iil film uscirà sicuramente all’inizio dell’anno prossimo.

AG: Quanto siete soddisfatti del film?

VZ: Proprio qui a Locarno ho visto il film per la prima volta. Sono molto soddisfatto. Sono soddisfatto del contributo che sono stato in grado di dare al film. Credo di aver dato il meglio di ciò che potevo in quel momento. A Daniel, al film, alla troupe. È un’opera che mi ha molto emozionato, mi ha toccato più di quanto pensassi. Sono molto ma molto ma molto emozionato… Non dico altro che altrimenti potrei piangere.

CU: Sono felice anch’io, perché ho dato una vita al personaggio di Maria.

DA: Quando abbiamo messo i titoli di coda, ho pensato di mettere ancora Going Back to My Roots di Lamont Dozier, un brano che avevo sentito almeno un milione di volte, e che davvero contiene tutto il senso del film. L’ho messa perché fino a quando ci sarà quella canzone non smetterò mai di vederlo. Non per il film, ma proprio per la musica. Nel film ci sono così tanti dettagli che mi ero dimenticato. Non è sempre così lineare, c’è un sacco di emozione.
Vedendolo mi sono reso conto che era proprio il film che volevo fare. ■

Locarno, 10 agosto 2012

 

Vinicius Zinn, Christiana Ubach – © Alessandro G. Capuzzi & Emanuele Dainotti / Sette Secondi Circa

 

Boa sorte, meu amor (Good Luck, Sweetheart)
Regia:
Daniel Aragão ■ Sceneggiatura: Daniel Aragão, Gregorio Graziosi, Luiz Otavio Pereira ■ Musiche: Jimi Tenor ■ Fotografia: Pedro Sotero ■ Montaggio: Daniel Aragão, Gregorio Graziosi ■ Scenografie: Juliano Dornelles ■ Costumi: Andrea Monteiro ■ Trucco: Alex de Farias ■ Suono: Guga S. Rocha, Phelipe Cabeça ■ Sound design: Guga S. Rocha ■ Mix: Pablo Lopes ■ Produzione: Pedro Severien ■ Produzione esecutiva: Manoel Torres, Nara Aragão, Isabela Cribari, Pedro Severien ■ Interpreti: Vinicius Zinn (Dirceu), Christiana Ubach (Maria), Rogerio Trindade (padre di Dirceu), Carlo Mossy (padre di Maria), Jack Mugler (Johnny), Maeve Jinkings (Juliana), Jr Black (Rafael), Marku Ribas (predicatore), Julio Rocha (dottore), Cacau Maciel (pin-up), Gerlane Silva (nonna), Sandra Possani (madre di Maria), Ana Lucia Altino (insegnante di pianoforte), Zezita Matos (domestica), Bianca Müller (amante di Dirceu) ■ Produzione: Orquestra Cinema Estúdios, con il supporto della Direzione dello sviluppo e della cooperazione DSC ■ Coproduzione: REC Productores Associados, Set Produções Audiovisuais, Cicatriz Filmes ■ Rapporto: 2.35:1 ■ Formato ripresa: 35mm ■ Colore: bianco e nero ■ Lingua: portoghese ■ Paese: Brasile ■ Anno: 2012 ■ Durata: 95′

 

BOA SORTE, MEU AMOR. Recensione
a cura di Alessio Galbiati
da Rapporto Confidenziale 36

TROPICALISMO FINLANDESE. Intervista a Jimi Tenor
a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa
da Rapporto Confidenziale 36





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