Tutto il denaro del mondo. Tutto l’orrore del cinema

Il sudario non ha tasche.

Bisogna ripetere più volte a se stessi che (Sir) Scott è stato autore de I duellanti tratto da Joseph Conrad, 1977; perché 40 anni dopo potremmo vacillare. Accorgendoci che una carriera, fagocitata dallo stile americano, rende più amara la chiusa di Tutto il denaro del mondo. Dobbiamo ricordarci di Blade Runner, Alien; e ripetercelo. Perché questo film, che ha saputo trarre profitto mediatico persino della “cacciata” di Kevin Spacey, è l’elogio camuffato della patologia – tipicamente americana – dell’accumulo di danaro. Con l’assolvimento d’un folle vecchio – davvero esistito: Jean Paul Getty, “l’uomo più ricco del mondo” e (fino agli anni ’70) della “storia del mondo” – che fece dell’avidità la sua Weltanschauung. Il nostro tempo è così degradato che definisce “pazzo” chi – magari – scagli un modellino del Duomo di Milano in faccia a un miliardario italiano. E definisce “unico”, nella scala di valori propugnata dal Guinnes dei primati, un miliardario americano che ha condotto alla rovina esistenziale la sua famiglia. Già, perché il fatto più importante della cronistoria dei Getty è omesso da (Sir) Scott (coproduttore d’un film costato 40 milioni di dollari) e sceneggiatori: il vecchio Getty fece ripagare il riscatto pagato al nipote – rapito a 16 anni dalla ‘Ndrangheta – con un interesse annuo del 4% (sic). Nel film non se ne fa cenno. Così come non s’accenna al fatto che questo stesso nipote – dopo aver assunte le droghe più infette – visse paralizzato e pressoché cieco dal 1981 al 2011. Trent’anni, prima di lasciare questo mondo. Incoerenze su incoerenze – degne di quel “Roma Victor” de Il Gladiatore – truculenze insistite e vane, visioni italiche al limite del macchiettismo folkloristico d’accatto, Brigate Rosse a livello delle Giovani Marmotte, patinate riprese con finto filtro “raggelante” anni ’70, occhiali di leggerissima plastica in stile superficialmente “vintage”; questo è un film amorale e vuoto: non riuscendo a essere drammatico, nemmeno insiste sul grottesco. Il commento sonoro – falso Puccini del XXI secolo – nei passaggi orchestrali che vorrebbero creare tensione, s’adagia in espedienti fintamente rapidi da “Toccata” clavicembalistica: nei momenti meno opportuni. La scena più deprecabile è però quella dei rapitori che suonano fisarmonica e tamburello bucato, danzando e cantando – picari italici modellati sul sempiterno brigante à la manière de Salvatore Giuliano – sul prato d’un casolare calabrese. Un cinema dell’orrore. Consapevole e involontario. •

Dario Agazzi

 

 

ALL THE MONEY IN THE WORLD (Tutti i soldi del mondo)
Regia: Ridley Scott • Sceneggiatura: David Scarpa dal saggio Painfully Rich: the Outrageous Fortunes and Misfortunes of the Heirs of J. Paul Getty (1995) di John Pearson • Fotografia: Dariusz Wolski • Montaggio: Claire Simpson • Effetti speciali: Maurizio Corridori • Musiche: Daniel Pemberton • Scenografie: Arthur Max • Costumi: Janty Yates • Trucco: Jana Carboni • Produttori: Chris Clark, Quentin Curtis, Dan Friedkin, Mark Huffam, Ridley Scott, Bradley Thomas, Kevin J. Walsh • Interpreti principali: Michelle Williams (Abigail “Gail” Harris), Christopher Plummer (J. Paul Getty), Mark Wahlberg (Fletcher Chace), Charlie Plummer (John Paul Getty III), Romain Duris (Cinquanta), Marco Leonardi (Saverio Mammoliti), Timothy Hutton (Oswald Hinge), Andrew Buchan (John Paul Getty Jr.), Giuseppe Bonifati (Giovanni Iacovoni), Maurizio Lombardi (Il Dottore), Andrea Piedimonte (Corvo) • Produzione: Imperative Entertainment, RedRum Films, Scott Free Productions, TriStar Pictures • Distribuzione italiana: Lucky Red • Rapporto: 2,35:1 • Paese: USA • Anno: 2017 • Durata: 132′

 

vedi anche
Painfully Rich. Considerazioni attorno a “Tutti i soldi del mondo” di Ridley Scott



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