C’è sempre un filo nascosto nel cinema di Paul Thomas Anderson

C’è sempre un filo nascosto nel cinema di Paul Thomas Anderson, qualcosa che dalla trama sfugge, ma in esso è celato, che ci trascina – spettatori disorientati – in un ordito evasivo. È come se nella sceneggiatura il soggetto scivoli continuamente altrove, muovendosi per assonanze su di un tema principale ostinatamente disatteso. In concreto, ci si domanda, cosa mi vuol dire? Dentro a Phantom Thread si vagola inebetiti tra dilatazioni temporali ed ellissi, si osservano i sentimenti dei due protagonisti compiersi nella loro farraginosità dentro a una narrazione che è puro pretesto per mettere in scena, rendendoli visibili, i contorcimenti psichici necessari all’amore, al dischiudersi del verso l’altro. Amore che è veleno, un fungo tossico necessario che pieghi le abitudini e la natura concreta d’ogni trauma antecedente all’incontro che ha formato la personalità. Una storia d’amore, dunque, semplicemente un incontro che cambierà la vita per sempre, narrato nelle sue tappe fondamentali, osservato con empatica compassione. Il filo nascosto del cinema di Anderson è in fondo sempre lo stesso, l’amore nel suo inesplicabile mistero fatto di gesti minuti e delicati – da Sidney a Magnolia, da The Master a Inherent Vice. A ben pensarci, in ognuno dei suoi film, l’amore si manifesta come sostanza tossica che crea dipendenza – come la droga, l’alcool, il gioco d’azzardo, il cinema pornografico, il petrolio eccetera –, come una “spina nel fianco”. Punch-drunk love. Il cinema di Paul Thomas Anderson non è mai ciò che appare, si nasconde e disattende, cela il proprio segreto là dove non può essere visto, forse nell’animo della persona occultata oltre l’Autore.

Alessio Galbiati

 



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