La persistenza della memoria. Considerazioni sul “Cinema di seconda mano”

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931, olio su tela, 24 x 33 cm.

…che poi il tempo passa con una tale velocità che due mesi a volte paiono un battito di ciglia. Dunque, con un certo ritardo, recupero appunti e pensieri sulla doppia giornata cagliaritana dedicata al cinema d’archivio organizzata dall’associazione L’Ambulante: Cinema di seconda mano, 16-17 maggio 2019 @ spazio Controra (Cagliari).
Il breve programma curato da Gaetano Crivaro, Alberto Diana e Margherita Pisano – al quale ho collaborato con alcune proposte – intendeva illustrare alcune differenti modalità di approccio al materiale d’archivio. Dunque cinema del riuso, ovvero quel tipo di immagine in movimento che allestisce nuovi testi a partire da materiale preesistente, risemantizzando l’archivio, insufflandolo di una nuova anima, di una nuova vita. Attraverso un encomiabile e incessante lavorìo sugli interstizi del linguaggio cinematografico (ritratto e archivio), l’Associazione L’Ambulante porta avanti da cinque anni (oltre a una molteplicità d’altri interventi; rimando il lettore al sito dell’associazione) un interessante e fruttuoso discorso fattivo sul potenziale espressivo di tali elementi minimi di un linguaggio che forse troppo frettolosamente tendiamo a concepire come già totalmente dispiegato, cristallizzato e fossilizzato. In fondo il cinema è un’arte giovane, e sarebbe opportuno evitare di dimenticarlo.

Già a partire dal titolo scelto, “Cinema di seconda mano”, è evidente l’intenzione di togliere dai binari dell’abitudine banalizzante quello che in ambito internazionale si nomina quale “found footage cinema”; come a dire che in questo tipo di cinema con c’è nulla che venga trovato casualmente e che pure, qualora capitasse un incontro fortuito, vi è sempre l’intenzionalità del realizzatore di dire qualcosa di diverso e originale. Found un bel niente: davanti all’archivio, al preesistente, c’è sempre un realizzatore alla ricerca della propria voce per mettere in scena i propri pensieri e riflessioni sul tempo presente. E proprio in questa direzione la selezione di opere proposta a Cagliari ha inteso muoversi, offrendo agli spettatori della Controra un affresco atemporale entro il quale ogni temporalità delle immagini si è sciolta in altro da sé.

In Redempion (2013), per esempio, Miguel Gomes gioca con la storia disegnando ipotetiche memorie irriverenti e spiazzanti dentro alle quali lo spettatore è portato a perdersi, immerso nella testualità recitata e verbosa tipica della voce off di tanto (tutto?) il cinema lusitano. Ed il gioco si rivela astuto e perverso quando alla fine lo spettatore scoprirà d’aver assistito alle (finte) memorie di tre personaggi politici del calibro di Coelho, Berlusconi, Sarkozy e Merkel. Ecco allora una concretizzazione del potenziale cinematografico d’ogni immagine d’archivio, quella cioè di scardinare il principio di realtà, dandosi come pura immagine scollegata da qualsiasi tipo di nesso causale con quella cosa che siamo soliti definire “realtà”.

Pur nella molteplicità della differenze anche l’opera di Giuseppe Spina, Città-Stato (’92-’94) (2015), altera il principio di realtà offrendosi come rimodulazione semantica di immagini nate per tutt’altro utilizzo. Spina ha lavorato sulle immagini Beta di una piccola televisione locale catanese, riportandole letteralmente alla luce dall’oblio alla quale erano destinate, facendone emergere la forza violenta e perturbante di scarto nevralgico per la comprensione d’ogni possibile brutalità prepolitica che dall’isola si è poi diffusa in tutta la nazione – viene alla mente Sciascia: “La Sicilia come metafora”. Documentando la periferia di un impero in macerie, dove nulla è diritto ma tutto è elargizione miracolistica, Spina riesce a imprimere una forza elettrica d’attrazione a questi nastri magnetici dimenticati. Ed è chiaro, in un caso come questo, che l’Autore non abbia potuto trovare alcunché, ma è forse il materiale stesso che ha trovato (found) il suo realizzatore, avverando in lui idee precedenti, consapevolezze civiche e politiche maturate in quelle terre. Città-Stato rappresenta allora un notevole pezzo di cinema e bravura attraverso il quale ci è reso possibile ritornare ad uno nei nodi fondamentali e problematici della Storia dell’Italia contemporanea.

Anche Caterina Carone, con Valentina Postika in attesa di partire (2009), ragiona sulla Storia d’Italia servendosi dei materiali d’archivio del partigiano, ex dirigente PCI, ex presidente dell’ANPI di Pesaro e suo nonno Carlo Paladini. Con abilità e tatto, Carone segue il proprio nonno e la sua badante di origini moldave attraverso un pedinamento ravvicinato con la macchina da presa che ci racconta di come le macerie del XX secolo siano presenti nell’esistenza di ognuno. Se quella di Carlo è una lotta con la memoria e il suo svanire con l’avanzare dell’età, quella di Valentina è invece una battaglia condotta in esilio per la costruzione di un futuro nella sua terra natia. Dentro al film (che è anche molto altro) irrompono allora frammenti del passato che rischiarano lo spaesamento dei soggetti; e sono spettri del ‘900, ideali sfumati e svaniti che la Storia ha cancellato e dissolto. L’archivio personale di Carlo Paladini riesce a divenire memoria collettiva, una specie di eco lontana che giunge dalla guerra di liberazione, dalla resistenza, fino a sfumare nel XXI secolo. L’opera di Carone lavora sulle immagini di archivio in maniera originale e “leggera”, desaturandone la storicità ma riattivandone la forza emotiva sul tempo presente, che immemore pare abbia dimenticato ciò che l’ha preceduto.

La forza dell’archivio sta forse nella sua capacità di farci ricordare qualcosa che avevamo dimenticato, perché in fondo non è necessario aver visto con i nostri occhi un evento, un fatto, un’epoca passata. Le immagini hanno il potere di aprire un vaso di pandora dal quale possono uscire spettri come pure angeli e mi pare questa la caratteristica precipua di un film come Flotel Europa di Vladimir Tomić (2015). La guerra nei Balcani e la diaspora conseguente alla dissoluzione della Jugoslavia è uno degli eventi più traumatici per la memoria europea della fine del secolo scorso, e proprio per questo è un fatto dimenticato, rimosso, cancellato. Quello di Tomić è un lavoro personalissimo sulla propria memoria di rifugiato a bordo dell’imbarcazione Flotel Europa ormeggiata nel porto di Copenahagen. Insieme ad altre mille persone egli ha trascorso alcuni anni della propria adolescenza in questa condizione precaria e su questi ricordi, grazie alle VHS che ha ritrovato, ha potuto rilavorare il proprio passato per comprenderlo e condividerlo. Cinema dunque personale, autobiografico e per questo universale, in grado di riattivare anche nello spettatore proprie memorie rimosse relative non solo alla Storia, ma anche alla propria biografia. Con Proust: “L’adolescenza è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa”.

Il cinema continua ad apparirmi come un mistero, un fantasma di qualcosa che quasi sicuramente alberga dentro di ognuno di noi. E poco conta da dove giungano queste immagini, in fondo si tratta sempre di un archivio: un archivio sterminato, invisibile, eterno.

Alessio Galbiati



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