Blacula > William Crain

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Dracula: You shall pay, black prince. I shall place a curse of suffering on you that will doom you to a living hell. I curse you with my name. You shall be… Blacula!

1780: il Principe Mamuwalde, capo della tribù africana Ebony e impegnato nel tentativo di fare cessare lo schiavismo, si reca con sua moglie Luva in Transilvania per incontrare il conte Dracula in missione diplomatica alla ricerca di sponde per la causa in Occidente.
Non è una scelta felice: non solo il conte appare a favore dello schiavismo, ma è anche un vampiro, che non tarderà a trasformare Mamuwalde in un suo simile per poi chiuderlo ermeticamente in una bara impedendogli di soddisfare la sua sete di sangue. Duecento anni dopo, la bara giunge a Los Angeles al seguito di due decoratori di interni.

Cameriera: Hi! What’ll you have?
Mamuwalde: Make it a Bloody Mary.

Nel 1972, il genere Blaxploitation è appena nato ed è già fenomeno, non solo a livello di incassi. I superclassici “Sweet Sweetback’s Baadasssss Song”, opera indipendente diretta e prodotta da Melvin Van Peebles e considerata l’apripista (anche se il suo autore nega), e “Shaft“ di Gordon Parks (unico titolo Blaxploitaton ad essere stato definito di rilevanza culturale dal Congresso degli Stati Uniti) risalgono all’anno precedente, e i futuri classici come “Coffy” (Jack Hill), “Hammer” (Bruce Clark) e “Super Fly” (Gordon Parks, Jr.) si apprestano a giungere nelle sale. La sete di nuovi soggetti porta al ricalco di opere classiche per dare ulteriore vigore al neonato genere, prodotto da bianchi ma destinato al pubblico afroamericano. A distanziarsi dal genere “criminale”, imperante fino a quel momento, ecco quindi “Blacula”, progenitore dei vari “Dr. Jeckyll, Mr. Black” e “Blackenstein”. Nel soggetto scritto da Joan Torres e Raymond Koenig (che firmeranno anche il seguito “Scream, Blacula, Scream”), Mamuwalde giunge nella Los Angeles degli anni ’70 rinchiuso nella sua bara, in cui lo stesso conte Dracula lo ha chiuso 200 anni prima nel corso di una visita del primo in Transilvania.

Prodotto da Samuel Z. Arkoff attraverso la sua American International Pictures, il film ricorda molto lo stile del cinema prodotto in quell’epoca dalla britannica Hammer (i cui film venivano distribuiti negli Stati Uniti proprio dalla A.I.P.). La storia ha inizio in una notte tempestosa nel castello del conte Dracula. Suo ospite, il principe Mamuwalde, giunto in Europa con lo scopo di trovare sponde alla causa della fine dello schiavismo in Africa. Il padrone di casa non rappresenta però la scelta più felice, dal momento che non solo è a favore della tratta di africani ma, ammirato dalla sua bellezza, si offre di anche acquistare Luva, la moglie di Mamuwalde. Malgrado l’offesa, Mamuwalde accetta le scuse del conte e decide di non lasciare il castello, permettendo a quest’ultimo di trasformarlo in suo simile e di operare una scelta crudele chiudendolo ermeticamente in una bara, situazione che gli impedirà di soddisfare il suo bisogno di sangue. Duecento anni dopo, Mamuwalde, nelle sue nuove spoglie, è a Los Angeles, trasportato lì nella sua bara da due arredatori d’interni ignari della sua presenza nel prezioso (?) manufatto da cui non tarderà a liberarsi. Vagando per le strade della città, Mamuwalde va (letteralmente) a sbattere contro Tina, che appare la reincarnazione dell’amata moglie persa due secoli addietro. Tina scappa, inseguita da Mamuwalde, che lei ha scambiato per uno scippatore (anche la cappa nera che indossa non deve averla fatta sentire troppo a suo agio) ma l’uomo, dimostrando non solo una notevole capacità di adattamento alla metropoli moderna ma anche una curiosa dimestichezza con gli oggetti del XX secolo, scopre non solo il suo nome e il suo domicilio, ma anche un locale dove lei pare recarsi spesso. Ed è lì che la troverà la sera dopo, impegnata a festeggiare il compleanno della sorella. Non ci sarà da attendere a lungo per essere testimoni della nascita del loro amore e, mentre in città i morti si moltiplicano, il Dottor Thomas, marito della sorella di Tina, scoprirà che i cadaveri sono esangui iniziando così una sua personale inchiesta.

“Blacula” mescola gli elementi, passando dalla storia d’amore tragico (come già in “The Phantom of the Opera”) all’inchiesta, mai discostandosi dall’horror più classico. Contrariamente alle opere più fulgide del genere, si fa notare anche per l’assenza di un esplicito tono politico, che fa capolino solo a tratti: Mamuwalde, alla ricerca di liberazione dalla schiavitù per la sua gente, viene suo malgrado trasformato in uno schiavo, consapevole ma impossibilitato alla ribellione, della sua sete di sangue. Ciò che cambia rispetto al classico film con vampiro è la figura femminile: non più vittima designata, magari salvata in extremis da un uomo, ma persona infine consapevole della sua scelta distruttiva.

William Marshall, qui Mamuwalde, si carica brillantemente sulle spalle le sottigliezze mancanti in sceneggiatura. Tornerà, diretto da Bob Kelljan, per il più modesto seguito “Scream, Blacula, Scream”, al fianco di Pam Grier. Il prosieguo della sua carriera lo vedrà molto attivo in televisione. Vonetta McGee, qui Tina, appare in altri due classici della Blaxploitation (etichetta da lei odiata e definita razzista): il citato “Hammer” di Bruce D. Clark e “Shaft in Africa” (“Shaft e i mercanti di schiavi”, John Guillermin, 1973). Thalmus Rausala, qui nei panni del Dottor Tomas, apparirà poco dopo in “Cool Breeze” (“I diamanti sono pericolosi”, 1972, di Barry Pollack) e “Willie Dynamite” (1974, di Gilbert Moses).

William Crain, che semplicemente si accontenta di adattare una storia senza tempo trasportandola nei fiammeggianti anni ’70, dopo qualche episodio in TV (“The Rookies”, “Starsky & Hutch”) tornerà al cinema con la trasposizione di un altro classico: “Dr. Jekyll and Mr. Hyde”. Dopo opportuno rimaneggiamento, del classico di Stevenson non rimarrà che lo spunto e “Dr. Black, Mr. Hyde” risulterà un film a tratti divertente ma, fondamentalmente, poco più che un titolo.

Da vedere? Certamente! “Blacula” mantiene, con un mix tra horror e sentimento, tutte le sue promesse.
Le musiche di Gene Page, co-arrangiatore – tra i molti altri – di molti tra i successi di Barry White, e The Hues Corporation avrebbero fatto ballare anche Bram Stoker.

Roberto Rippa

Blacula
(USA, 1972)
Regia: William Crain
Sceneggiatura: Joan Torres, Raymond Koenig
Musiche: Gene Page
Fotografia: John M. Stephens
Montaggio: Allan Jacobs
Scenografie: Wanter Scott Herndon
Interpreti principali: William Marshall, Vonetta McGee, Denise Nicholas, Thalmus Rasusala, Gordon Pinsent, Charles Macaulay
93′

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