A batalha de Tabatô > João Viana

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A BATALHA DE TABATÔ
di João Viana (Guinea-Bissau-Portogallo/2013)
Berlinale 63 – Forum

recensione a cura di Alessio Galbiati
pubblicata all’interno dello speciale BERLINALE 63 in Rapporto Confidenziale 38

 

Il cineasta portoghese (di origini angolane) João Viana trae spunto, per il suo primo lungometraggio, da una delle più sanguinose guerre post-coloniali del XX secolo: quella combattuta (dal ’63 al ’74) fra gli indipendentisti della Guinea-Bissau (piccolo stato dell’Africa occidentale) e il Portogallo. Una delle guerre post-coloniali più feroci e dimenticate del secolo scorso, definita dalla stampa dell’epoca come un piccolo Vietnam, durante la quale sia il fronte portoghese che quello indipendentista si macchiarono di crimini efferati. Quando il Portogallo concesse la piena indipendenza alla Guinea-Bissau il 10 settembre 1974, dopo 11 anni e mezzo di conflitto armato, migliaia di soldati locali che avevano combattuto nelle fila dell’esercito portoghese vennero eliminati sommariamente, costringendo all’esilio quei pochi che riuscirono a mettersi in salvo dalla furia dei vincitori.
Fatu è uno di questi ex soldati che hanno lasciato il Paese. Il film segue il suo ritorno dopo anni di lontananza al proprio villaggio di origine, Tabatô, in occasione del matrimonio di sua figlia, Fatu, con un musicista locale molto apprezzato, in una terra e fra un popolo – quello Mandingo – in cui la musica è al centro della vita collettiva. A batalha de Tabatô porta in scena la profonda cesura generazionale fra gli anziani e i giovani: ancora profondamente traumatizzati i primi, vogliosi di lasciare tutte le tragedie alle spalle i secondi.
La componente sonora è l’aspetto più interessante di questo strano lungometraggio dalla natura ibrida (docufiction è una parolaccia!), non solo per la musica che lo attraversa (e lo chiude con una straordinaria jam session che coinvolgerà tutto il villaggio), ma soprattutto per la cura attraverso la quale il sound design ricostruisce un universo sonoro estremamente ricco e dettagliato.
Viana costruisce un film stilizzato e poetico (anche attraverso un bianco e nero dotato di un notevole charme, venato in alcuni frangenti da riflessi cremisi) in cui la Storia è un riverbero di senso, difficile da afferrare perché esterna alla vicenda narrata. Pur afferrando il senso e i confini di un passato traumatico, quello dell’anziano padre che torna nella sua terra per il matrimonio della figlia, la visione rischia di appiattirsi su di un indefinito pietismo pacifista sommariamente semplicistico.
A batalha de Tabatô si inserisce in un filone cinematografico che negli ultimi anni sta crescendo numericamente con decisione: ovvero quello del cinema portoghese alle prese con la rievocazione del proprio passato coloniale (tre titoli: A última vez que vi Macau di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata, Tabu di Miguel Gomes e Palácios de pena di Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt).
João Viana ha partecipato alla 63° Berlinale con, oltre al film in questione, anche il cortometraggio, Tabatô, specie di formato breve (13 minuti) del lungo in concorso nella sezione Forum: due progetti distinti ma complementari, girati con lo stesso cast nella medesima località e prodotti dalla Papaveronoir Filmes, casa di produzione fondata nel 2009 dallo stesso Viana.

A Berlino 63 A batalha de Tabatô si è aggiudicato la menzione speciale come Miglior opera prima. •

Alessio Galbiati

 

 

 

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