Golden Exits > Alex Ross Perry

Dialogando su Golden Exits
a cura di Cristina Beretta & Veronica Raimo / Berlinale 2017

 

Da come ha sceso le scale per il Q&A dopo la proiezione del film, era chiaro che Alex Ross Perry non fosse più un novellino alla Berlinale. Nel 2015 ci aveva portato Queen of Earth; quest’anno era presente nella sezione Forum con Golden Exits, un film che parla sempre di trenta-quarantenni che si mettono a fare i conti con se stessi e che si prendono incredibilmente, insopportabilmente sul serio; ma lo fa in modo molto diverso.
Lo si capisce subito. Golden Exits si apre con la vocina di Naomi (Emily Browning) (link) che canta seduta sugli scalini di un portone. È appena arrivata dall’Australia e si fermerà a New York per qualche mese, è la praticante di Nick (Adam Horovitz), responsabile di un archivio di cui è l’unico collaboratore. Già che è in città, Naomi chiama un vecchio amico di famiglia del quale si era infatuata da bambina, Buddy (Jason Schwartzman) e gli chiede se gli va di bersi una birra con lei. Nick è sposato con Alyssa (Chloë Sevigny) e Buddy è sposato con Jess (Analeigh Tipton). Entrambi gli uomini vengono turbati dal fascino della ragazza (venticinquenne).

 

 

Veronica: Quando Alex Ross Perry ha cominciato a parlare dopo il film, mi è stato più simpatico del suo film, mi è sembrato iper-consapevole, cerebrale e tutto, ma anche schietto. Volevo fargli una domanda che però non gli ho fatto…

Cristina: Cioè?

V: Non so, tipo come riuscire a evitare di sentirsi dentro un grande cliché se si fa un film ambientato a New York su relazioni di coppia con personaggi che parlano e si autoanalizzano tutto il tempo. Ma la cosa che ho apprezzato nel suo film è che i dialoghi non tentassero per forza di essere brillanti o divertenti, o frenetici con l’ansia della battuta finale. Insomma erano banali nel senso buono del termine, con dei tempi morti, senza la concitazione newyorchese di una roba alla “Girls”.

C: Hai ragione. A proposito di dialoghi. Ti devo confessare una cosa. Quando ho visto che il film non era sottotitolato, mi è venuto un attacco di panico. Il solo pensiero di perdermi un pezzo di frase (che ovviamente potrebbe essere la chiave del film), mi fa venire un’ansia assurda. Ma alla fine me lo sono visto tranquillamente, è solo una mia fisima… E comunque, scusa, ritornando alla questione sui dialoghi di un film ambientato a New York che parla di relazioni di coppia con personaggi che parlano e si autoanalizzano tutto il tempo: alla fine Perry si è prestato – e questo gli doveva essere chiaro fin dall’inizio – a dei paralleli con altri registi più vecchi e più famosi e più di successo di lui. È una cosa rischiosa, bisogna avere una certa sicurezza in se stessi…

V: Sì, io ci ho visto più una rarefazione da Nouvelle vague, come provare a fare un film di Rohmer però ambientato a Brooklyn. Che magari è una sfida ancora coraggiosa, ma secondo me anche abbastanza riuscita. In realtà mi ha fatto pensare pure molto a un film di Hal Hartley, Surviving Desire, diciamo nell’impostazione un po’ teatrale e nella tensione tra i personaggi intorno alle varie dinamiche innescate dal desiderio. Cioè questo per dire che c’erano appunto dei tentativi di scostarsi dalla commedia indie newyorkese o dal cinema di Woody Allen.

C: A proposito di desiderio: i due mariti, Nick e Buddy, si infatuano, si interrogano se sia il caso o meno di cedere al fascino della giovane che va in giro in sottana e cardigan, che sbatacchia i capelli in continuazione per farsi la coda, e che quando ti parla non fa altro che strizzare le labbra carnose… le loro mogli invece no, loro sono solo donne assillate dalla paura di poter perdere il proprio uomo (la gelosia di Alyssa nemmeno l’abbiamo vista nascere e crescere: era già lì bella matura non appena è entrata in scena la giovane Naomi); sono penelopi che aspettano il ritorno del marito scolandosi litri di tisane e bicchieri di vino e confidandosi con le amiche. Come se le donne sposate non avessero desideri al di fuori del matrimonio. Come si vede che è stato scritto da un uomo ‘sto film.

 

 

V: Sì questa cosa l’ho pensata anche io, e soprattutto mi ha stranito che il matrimonio fosse vissuto con questa enfasi, come se i ruoli fossero molto più definiti e castranti una volta sposati, e se un marito dice alla moglie “vado a bermi una cosa con una tizia” scattassero automatici campanelli di allarme. Tanto che anche nella coppia dei trentenni (Buddy e Jess) che sembra più solida e affiatata rispetto a quella dei quarantenni (Nick e Alyssa) – o forse semplicemente meno depressa – per Buddy è problematico dire a Jess che si è visto con Naomi, nonostante si tratti solo di un pranzo durante la pausa dal lavoro.

C: Che poi Naomi era molto fissata con ‘sta cosa: chiedeva ogni volta a Buddy che scusa avesse trovato con la moglie per vedersi con lei. Come se l’erotismo si risolvesse nella complicità vissuta nella bugia/mezza verità che viene escogitata.

V: E cavolo siamo a Brooklyn, nel 2017. Non so se sarebbe stato diverso nel caso non fossero stati sposati, o se è comunque una prerogativa degli americani dover definire così bene i ruoli, e in questo per quanto ci si possa sforzare di andare verso una Nouvelle vague i limiti del desiderio sono sempre circoscritti, così come gli azzardi, e quando si è amici bisogna dirselo, e quando si è amanti pure, e c’è questa ansia di definire in continuazione cosa si è l’uno per l’altro, che poi appunto è l’autoanalisi costante dei personaggi nei film newyorkesi. Insomma è come se ambiguità e sconfinamenti non venissero bene in sceneggiatura, a meno di non verbalizzare anche quelli: “ehi adesso stiamo vivendo una situazione ambigua, che dobbiamo fare?”

C: Ma secondo me non è una questione di sceneggiatura: secondo me Perry – che è regista e sceneggiatore del film – si riferisce a dei comportamenti e dei discorsi reali. Alla fine mette in scena la perdita progressiva di desiderio nella generazione di trenta-quarantenni sposati. I trentenni ancora hanno qualche slancio, ma i quarantenni vivono già di rimpianti e sono depressi. Parla di un certo tipo di società che si interroga sul desiderio, ma che a forza di interrogarsi e di classificare, perde qualsiasi emotività, istintività, erotismo. Anche all’interno della coppia.
Ora che ci penso, anche lo scorso film che Perry aveva presentato alla Berlinale mi aveva fatto pensare. Parlava di legami sociali vissuti come certezze indubitabili e disciplinati da precise regole. Ma in quel caso si parlava di amicizia…

V: Quindi secondo la teoria di Perry mi mancano meno di due anni per passare dalla fase ansiogena con slancio a quella depressiva con rimpianto. Me li devo giocare bene. •

Cristina Beretta & Veronica Raimo / Berlinale 2017

 

 

 

 

GOLDEN EXITS
Regia, sceneggiatura: Alex Ross Perry • Fotografia: Sean Price Williams • Montaggio: Robert Greene • Scenografie: Fletcher Chancey, Scott Kuzio • Costumi: Amanda Ford • Musiche: Keegan DeWitt • Trucco: Amy L. Forsythe, Emma Strachman  • Suono: Sebastian Henshaw, Jim Morgan, Ryan M. Price, David ‘Lion’ Thompson • Interpreti principali: Emily Browning (Naomi), Craig Butta (Greg), Adam Horovitz (Nick), Mary-Louise Parker (Gwendolyn), Lily Rabe (Sam), Jason Schwartzman (Buddy), Chloë Sevigny (Alyssa), Analeigh Tipton (Jess), Jake Perlin, Keith Poulson, Kate Lyn Sheil • Produttori: Joshua Blum, Alex Ross Perry, Adam Piotrowicz, Katie Stern, Christos V. Konstantakopoulos • Produttori esecutivi: Peter Gilbert, Edwin Linker, Matthew Perniciaro, Michael Sherman, Joe Swanberg • Produzione: Bow and Arrow Entertainment, Faliro House Productions, Forager Films, Washington Square Films, Webber Gilbert Media • Paese: USA • Anno: 2017 • Durata: 94′

 

 

Alex Ross Perry su Rapporto Confidenziale



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