
Il fu Bortolotto
a cura di Dario Agazzi
Pochi giorni fa – il 27 settembre 2017 – se ne andava da Roma verso l’empireo dei critici musicali (laureati però in medicina, e pure in lettere) Mario Bortolotto (nato a Pordenone il 30 agosto 1927). Considerato nume tutelare, grande maestro, dottissimo fra i dotti, Bortolotto scrisse nel lontano 1969 un libro, pubblicato da Einaudi, destinato a procurargli – in Italia – la fama di cui sopra. Si trattava di Fase seconda. Studi sulla nuova musica, che il sottoscritto lesse con febbrile attenzione, da studente, almeno tre volte. Al punto da rivolgersi all’Adelphi – che ristampò il saggio nel 2008, in una costosa versione da 38 euro e senza mutare una virgola nonostante fossero passati 39 anni dalla prima edizione – onde avere l’indirizzo di Bortolotto: era mia intenzione inviare alcune osservazioni, a mia volta critiche, a proposito dell’interpretazione che il sommo critico dava del compositore e sacerdote tedesco Dieter Schnebel (1930). Conservo in archivio il cartoncino con cui l’Ufficio Stampa mi rispose più di 7 anni or sono: “Gentile Signor Agazzi, se desidera recapitare una lettera a Mario Bortolotto può inviarla a noi specificando che è per lui, e ci impegneremo a inoltrargliela. Cordialmente etc. etc.”. Inutile dire che alla mia lettera il grande maestro non rispose mai. E perché avrebbe dovuto far pervenire un erudito segno della propria grazia a un ignoto giovincello di provincia che avanzava delle riserve sulla sua interpretazione di Schnebel? Un uomo che viaggiò in automobile con Adorno in Sicilia e che poté permettersi di definire il filosofo tedesco “molto frivolo” (sic). Un uomo che parlò per tutto quel viaggio di canzoni, finché Adorno si mise a cantare Funiculì funiculà, che cosa poteva avere a che spartire con la generazione nata nella seconda metà degli anni Ottanta? Eppure, un uomo che non aveva compreso per nulla l’importanza della moglie di Adorno, Gretel (definendola anzi “un’oca tedesca” [sic]), senza la quale il sociologo non avrebbe scritto quel che ha scritto (si veda l’enorme biografia di Adorno di Stefan Müller-Dohm).
Riporto un tipico passo di Bortolotto (Fase seconda, cit., pag. 93):
“Réactions, non a caso, s’intitola un’opera processuale di Dieter Schnebel. Il critico tedesco svolge una sotterranea quasi clandestina attività di ‘composizione’ o ‘decomposizione’ (per valerci di un valoroso titolo di Konrad Boehmer) o di ‘dimostrazione compositiva’. ‘Non chiamatela musica, se la parola vi spiace’. Certo, ‘ciascuno ha un canto, che non è un canto affatto, è un seguito, o modo (process) del cantare.’ In meditazione silenziosa, Schnebel ha tratto alcuni corollari dai suoi maestri: che sono, in quanto teologo, Hegel, Marx, Nietzsche, Adorno, Benjamin, Barth; come musicista, essenzialmente Cage.”
Il vezzo di citare senza mai fornire un riferimento bibliografico ha finito per costituire la cifra stilistica di Bortolotto. Solo per il fatto d’aver letta e ruminata la Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli ebbi modo di scoprire il saccheggio bortolottiano addirittura nella (oscura) dedica che apre Fase seconda:
“A Teddie e John
Engel des Giftes: lucida sidera
questo studio su una musica
fatta a perfetta dissimiglianza di Dio”
Dedica in cui l’unica cosa chiara è l’ultima frase: che appunto giunge dall’Hilarotragoedia di Manganelli. L’oscurità bortolottiana giunse in Wagner l’oscuro (un tomo enorme, sempre Adelphi, 2003-08, da 42 euro: perché li spesi?) ai vertici dell’illeggibile e dell’autocompiacimento sempre più siderei. Citerò le prime righe della prima pagina, delle 454 che costituiscono il volume, le quali richiederebbero una lunga e dotta parafrasi:
“Temperamento e teoresi. […] Com’era occorso per il termine Romanticismo (e romantico), la ricerca linguistica s’estese col tempo, sino a toccare anni impensabili, per una concezione che è anche, se non anzitutto, una sindrome: wagnerismo, wagneriano. Secondo il probo, diligentissimo, Martin Gregor-Dellin, l’indagine, divenuta una quête, si è dilatata sino a toccare il 1847: quando un’autorevole rivista, i ‘Signale fuer die musikalische Welt’, usa anzi vara il lemma ‘Wagnerianer’: sostantivo, si badi, e dunque non indicazione di stile, o di pratica compositiva, ma annuncio d’una nascita: ed è la nascita d’una specie nuova. È curioso che la si segnali in una recensione da Chemnitz”.
Fase seconda – si badi: non cercate una Fase prima! – fu un libro citato e temuto: vi si analizzavano (se così si può dire) per la prima volta, alcuni dei grandi compositori della Neue Musik italica: Luigi Nono, Luciano Berio, Niccolò Castiglioni, Aldo Clementi, Franco Evangelisti, Sylvano Bussotti, Franco Donatoni. Con omissioni imperdonabili – su tutte quella di Bruno Maderna – il critico, fra vertici di sublime stile letterario (ma in fondo poca sostanza musicale), riusciva a escogitare forbite malignità da dispensare un po’ a tutti. Al punto che Nono si era seccato, parlando – in una sua lettera – del “medico di Pordenone”, con non poco disprezzo. Ma anche di Castiglioni e Berio, il maestro non disse bene. Dalle “capriole” dell’uno ai “piaceri” dell’altro, dovetti apprendere solo anni dopo la lettura, nel 2012, in veste di borsista presso la Paul Sacher Stiftung di Basilea, come venisse considerato Bortolotto dall’intellighenzia mitteleuropea e non italica. Robert Piencikowski – musicologo che ha dedicata l’intera vita all’analisi dell’opera di Boulez – con disprezzo mi additò la pag. 143 del saggio, in cui il critico si lancia in un’enumerazione di varianti d’una serie dodecafonica di Nono, ritenuta da Piencikowski inutile e senza senso. Si era chiesto – Piencikowski – se Bortolotto avesse in fondo un’idea sensata della dodecafonia. Me lo chiedo anch’io.
Eppure, sarei falso se non dicessi che ho amato Bortolotto, anche per tutto quel che ho scritto fino a qui. In una prefazione che concepii 7 anni fa per un bizzarro libretto intitolato Ode alle quaglie (Cicorivolta edizioni, 2010) del collega regista Luca Ferri, saccheggiai a mia volta il saccheggiatore Bortolotto: “Viaggio kafkiano allegro e vuoto” (che il critico adoperava a proposito del compositore Mauricio Kagel) e “stuporosa fissità nevrotica” sono espressioni che ritengo grandiose. L’empireo dei critici musicali – ovunque esso sia – accoglierà Bortolotto con molta letizia e una ricca imbandigione.
Addenda
Mi dispiace di dovermi riferire – ancora una volta – al noto decano della musica Quirino Principe, il quale nel suo ultimo articolo sul Domenicale del 24 Ore (1.10.17) ha elogiato (con i toni suoi consueti) Mario Bortolotto. Purtroppo, nelle ultime righe, si è lasciato andare a un supponente errore, che voleva essere – ahinoi – una celebrazione (l’ennesima) di Bortolotto: “Si dice diàtriba, non diatrìba!” (scrive Principe citando Bortolotto, che così gridò contro un convegnista a Catania). “Difendeva la lingua italiana e spregiava gli anglicismi.” (Ibidem). Peccato che la difendesse – come in questo caso Principe – piuttosto male. Il più pignolo linguista italiano, Aldo Gabrielli, nel suo proverbiale Si dice non si dice? (Mondadori, 1969) così scriveva: “[…] non è, come dicevo, da considerarsi errata neppure la pronunzia piana diatrìba, registrata da tempo anche dai migliori dizionari (lo stesso Tommaseo non accenna alla forma sdrucciola) e usata, come s’è visto, anche da persone colte.” Mettersi anche contro il Tommaseo, mi pare troppo: tanto per un Principe che per un Bortolotto. Ma si sa che – a un certo punto delle carriere dei grandi professori – i dizionari divengono tutti superflui, perché accade che (parallelamente al loro invecchiamento professorale) la scienza infusa divenga ancora più infusa: e i dizionari non li consultano mai più, fidandosi della loro proverbiale memoria. In una fusione che è il brodo del sapere. •
Dario Agazzi
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