Le “Voci” di Giuseppe Taffarel (1969)

E mentre manda un gemito,
Chè dell’error s’avvede,
S’apre la tomba gelida
Sotto lo stanco piede.
G.B. Niccolini, La vecchiezza

Il film Abacuc – girato nel 2014 da Luca Ferri, con la fotografia di Giulia Vallicelli, il protagonista Dario Bacis e con musiche e dialoghi su nastro del sottoscritto – ha un (magistrale) precursore: Voci (1969) di Giuseppe Taffarel (1922-2012). Tanto l’uno quanto l’altro sono girati in pellicola e bianco e nero, con un unico protagonista che trascorre la maggior parte del suo tempo al cimitero. Abacuc senza uno scopo, poiché tutto è finito: la storia, la musica, le arti, l’esistenza stessa (un collasso filosofico). Il protagonista di Voci – meno astratto, assai più struggente – si reca (vecchio sdentato con una pensione miserrima di 35 mila lire mensili [non già “1000 lire”, come scrive balordamente chi ha pubblicato il film su YouTube], pari esattamente – nel 1969, in rapporto a oggi – a 261,328 euro [sic]) presso le tombe della moglie e del figlio (morto a 23 anni di tubercolosi). Con costoro intrattiene dei dialoghi immaginari – ma verosimili – accennando loro del “cospicuo” aumento di 1000 lire della sua pensione (che passava in questo modo a 268,794 euro odierni; so di pensioni anche meno ricche, ad esempio dei commercianti: 90 euro mensili). Sono la moglie e il figlio defunti a confortare – si fa per dire – il povero vecchio, che macilento – intabarrato e con indosso un orribile basco di sghimbescio nello stile di quello, passato alla mitologia, del rag. Ugo Fantozzi –, non sa più come fare “a tirare avanti”. Abacuc non si pone nemmeno più problemi economici: ciò che lo circonda è lo sfacelo, dunque si tratta solo d’attendere la – prossima – fine di tutto. Il buon vecchio di Voci mantiene invece una sorta di collegamento con la realtà: la campanella del cimitero che si chiude rimbomba nelle sue orecchie; il dolore per il mutamento del paesaggio e un indomito amore per il mare; la stretta al cuore per il ripetersi inesorabile della storia d’amore di due fidanzati, i quali, promettendosi eterna fedeltà presso un antico faggio, gli rammentano la sua stessa storia con la moglie defunta. Superbe le voci narranti (il protagonista di Voci non parla, esattamente come Abacuc) dal musicale timbro melanconico (Antonio Guidi e Angiolina Quinterno, su testo di Roberto Natale), poggianti su di una musica pianistica – di Carlo Frajese, che scopro essere morto lo scorso anno: “Grande uomo, ineguagliabile musicista, splendido direttore d’orchestra ed eccezionale compositore. Lo annunciano la moglie Jan e la figlia Lisa, Roma 5 novembre 2016”) – che rende questo cortometraggio di 15 minuti circa a dir poco mesto. Un commentatore su YouTube (in genere i commenti del populace della rete ipocritamente “sociale” non vanno nemmeno guardati di sfuggita, se non si voglia porre fine alla propria esistenza) – afferma: “Ma cosa ci manca? Perché non riusciamo a fare oggi una cosa così? Possibile che siamo tutti diventati un branco di idioti?” Non c’è da aggiungere altro. •

Dario Agazzi

 

VOCI
regia: Giuseppe Taffarel • fotografia: Franco Lecca • fotografia (assistente): Giancarlo Giannesi • testo: Roberto Natale • voce: Antonio Guidi, Angiolina Quinterno • musica: Carlo Frajese • organizzazione: Aldo Raparelli • produzione: Corona cinematografica • paese: Italia • anno: 1969 • durata: 15’30”



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