“Il filo nascosto”, o dell’amore ai tempi dell’autolesionismo consapevole

Il gusto per l’estetismo emerge in ogni singolo frame nel cinema di Paul Thomas Anderson, anche se nel suo ultimo eccezionale lavoro è probabilmente un estetismo più subdolo e insinuante, che si sedimenta lentamente lungo tutta la durata dell’opera, meno impattante e meno avvampante rispetto agli altri film del regista, ma che, come secolari gocce d’acqua e calcare, alla fine è in grado di formare un’enorme e scultorea stalagmite di pietra forte, slanciata, energica, destinata a durare in eterno e proiettata verso le pieghe del cielo.

E proprio come in una magica grotta carsica, dove il dualismo tra stalattiti e stalagmiti si intreccia in involontarie opere d’arte naturali, nella cavernosa e oscura cinematografia di Paul Thomas Anderson torna a farsi vivo il tema a lui più caro, quello di un rapporto duale, morboso e insistito, ossessivo e insistente, ossessionante e incalzante.

L’ambientazione, la Londra degli anni Cinquanta, trova nel cinema di Anderson il modo di creare uno spunto di partenza capace di convincere lo spettatore che si possa trattare di un film storico. In un’annata dove i sequel, i remake, i reboot e i biopic sono i dittatori indiscussi di classifiche, incassi e presenze in sala, PTA si inventa un personaggio (e il relativo mondo interiore ed esteriore) e il suo marchio di moda, capaci di spingere lo spettatore (al termine della visione) a fare ricerche su nomi che in effetti non sono mai esistiti prima che uscissero dalla penna di uno dei più geniali registi viventi.

Qui la tematica addirittura si sdoppia a sua volta, facendo di Phantom Thread una piattaforma di dualismi incrociati. L’inizio in medias res ci porta al momento in cui Alma, irruenta protagonista, racconta della sua storia d’amore con Reynolds Woodcock, raffinatissimo creatore di abiti di lusso nella Londra del secondo dopoguerra. Lui, Reynold, severo, austero e silenziosissimo uomo, si prende cura di ognuna delle sue clienti come se le amasse intimamente, senza però prendersi cura di qualcuna in particolare; Lei, Alma, maldestra cameriera, si innamora del facoltoso sarto fino a diventarne musa, amante e prendendosi cura di lui in maniera quasi materna.

 

 

È una storia di fantasmi, non solo dal titolo. Il primo fantasma è quello della madre di Reynolds, una “presenza” che nella vita del figlio si fa concreta grazie ad alcune “reliquie” che egli tesse nelle fodere dei propri abiti. Ma in Phantom Thread, con l’ingresso di Alma nella narrazione, almeno in fase diegetica, la realtà prende il posto dei fantasmi, destabilizzando anche quelli che sono i ruoli ormai consolidati all’interno del meccanismo routinario di Reynolds. La sorella, per esempio, egemone presenza nella vita professionale e personale di Woodcock, ancorché rappresentazione terrena di una madre ormai defunta da anni, deve affrontare un ridimensionamento del proprio ruolo nella sfera emotiva di Reynolds.

Ma Phantom Thread non è solo una storia di fantasmi. È anche storia di presenze umane e della loro tangibilità: lui, Reynolds, si concretizza al mondo con la propria arte e il proprio genio, accompagnando una silente condotta esistenziale alla creazione di abiti vistosissimi, dando loro il potere di rappresentarlo meglio di come possa riuscire il proprio corpo; lei, Alma, si manifesta con vigore, con la rumorosità, il fragore e la tattilità di chi è presente al mondo e vuole fare di tutto per restarci, soprattutto se è il mondo di Reynolds. Entrambi i personaggi sono dotati di plasticità diverse tra loro, ma comunque non inferiori l’una all’altra, in un gioco complementare di equilibri e di alternanza nei ruoli, di manipolazioni psicologiche, in un continuo scambio del controllo che l’uno ha sull’altro, come del resto accade in ognuno dei film di PTA.
Non è un caso che a fronte delle caratterizzazioni “di facciata” siano messi in scena anche gli eccessi “privati”: l’ipertrofica voracità, la guida spericolata e le reazioni (volgari) spropositate di Reynolds ne fanno trasparire un animo vulcanico, ben definito dallo sguardo teso e libidinoso dello stilista mentre è alla guida della propria auto sportiva (e come non citare la partecipazione di Daniel Day-Lewis alla Mille Miglia storica che ogni anno parte da Brescia?).

Questa plasticità si traduce in un amore puramente fisico; l’attrazione di Reynolds per la giovane Alma è apparentemente privo di quegli elementi che solitamente stanno alla base di un rapporto amoroso. Sembrano non esserci particolari interessi in comune, la differenza d’età è apparentemente notevole così come l’evidente differenza d’estrazione sociale. È il modo che Anderson ha per dotare il fantasma dell’amore una tangibilità carica di mistero, con una vena di tensione sottilissima ma sempre presente, sempre alta, anche se la raffinatezza delle inquadrature di Anderson (qui anche direttore della fotografia) riesce a far trasparire un erotismo che non è mai esplicitato.
Ma si tratta di un amore malato, per le sue ossessioni e per come viene portato avanti il rapporto tra i due. Si tratta di un rapporto carico di inquietudini e tensione, facendolo assomigliare a una “Madame Bovary ribaltata”, un amore velenoso, un sentimento che lascia trapelare più un bisogno di controllo e possessione che di scambio. L’amore può (portare a) far male; si può parlare con buona ragione di Amore come autolesionismo consapevole, come necessità di abbassare le proprie difese per aprirsi all’altro, anche utilizzando metodi che solitamente richiamano l’annullamento dell’amore più che un suo rinvigorimento.

 

 

Le dissolvenze incrociate che caratterizzano spesso i cambi di scena sono mirabile metafora di una trama sartoriale. L’incrocio di fili capace di dare vita a uno splendido abito è la perfetta rappresentazione di quel che è il cinema di Anderson: un intreccio di inquadrature, sottotesti e prestazioni attoriali sublimi, capaci di dare forma a una confezione originale, nuova e assolutamente con pochi pari.
Le dissolvenze incrociate sono in grado anche di compiere salti temporali restando pur sempre nell’indefinitezza dell’ambientazione; si ha quasi sempre l’impressione di una a-temporalità e di una sospensione del passaggio del tempo, dando anche ai personaggi un alone fantasmagorico, oltre a una notevole commistione tra realtà e onirismo sulla linea narrativa.
Essi stessi sono fantasmi, senza un’età definita. Reynolds potrebbe essere ben oltre la mezza età, ma le pieghe fanciullesche del proprio carattere e la fresca genialità della propria arte lo rendono un personaggio austero quanto vivace; Alma è giovane, rumorosa, eppure è anche madre, algida, controllata quando deve prendere in mano le redini della situazione.

La fantasmagoria di tutto Phantom Thread è attraversata da una cupa vena thriller che è il vero e proprio “filo nascosto” di tutto il film, grazie anche all’opera di Jonny Greenwood che è stato in grado di creare, ancora una volta per PTA, una traccia ininterrotta che insieme alle immagini dà vita a una sinfonia senza fine, capace di essere “senza tempo” proprio come le atmosfere del film.
Non vi sono infatti riferimenti storici e letterari, se non un brevissimi accenno all’olocausto, le architetture e, soprattutto, gli abiti, che sono i veri protagonisti di Phantom Thread con il loro valore estetico ed allegorico; infatti è abbastanza evidente come per Paul Thomas Anderson l’abito non sia soltanto il prodotto o il “marchio di fabbrica” del proprio protagonista; gli abiti sono ciò che danno una forma esteriore alla sostanza umana. Gli abiti ammantano le persone così come la fotografia (e i movimenti di macchina ipnotici) di PTA, le partiture di Greenwood e i gesti di Day-Lewis / Krieps “vestono” la sostanza di una scrittura mirabile, priva di orpelli e totalmente sgravata di dialoghi manieristici, senza appesantimenti forzati, capace di arrivare come un filo nascosto dritta tra le cuciture del cuore dello spettatore, per restare lì, custodita e conservata come un ricordo imperituro, come un messaggio di Reynold Woodcock cucito nella fodera di un abito da sposa.

Phantom Thread è l’incontro tra il cinema visionario del californiano Anderson con lo stile british delle ambientazioni e del monumentale Daniel Day-Lewis. Il melodramma è permeato di angosce e turbamenti, di ossessioni e slanci di vitalità, mentre il microcosmo fatto di abiti elegantissimi, stradine di campagna percorse a velocità d’altri tempi e case in stile georgiano sottolineano un gusto anglosassone, euro-proteso all’eleganza misurata e sobria, chiaramente ispirato ai grandi maestri europei che nel passato si son trovati a fare cinema negli Stati Uniti, dando al lavoro di Anderson una definitiva, inequivocabile internazionalità, capace di uscire da ogni schema rispettando però i quadri di partenza, in grado di farsi cinema che va più in là del cinema stesso, senza mai cadere nel citazionismo o nella nostalgia del passato.

 

 

Infine c’è un altro fantasma, ben più spaventoso e reale dei turbamenti e dei ricordi che impregnano la pellicola di PTA: ed è la consapevolezza che, mentre lo si guarda, Phantom Thread sia l’ultima prova attoriale di Daniel Day-Lewis. Uno degli attori più importanti e dotati del cinema contemporaneo, poco presente e con un peso specifico enorme. Un attore che a soli sessantuno anni e all’apice della propria maturità (personale e professionale) decide di lasciare le scene, con soltanto una ventina di film all’attivo, quasi tutti veri e propri capolavori, con tre Oscar vinti e una serissima ipoteca sul quarto.
Un attore che non ha mai fatto del trasformismo la propria qualità migliore, ma che ha uno sguardo e un’eleganza capaci di farlo entrare nell’olimpo dei grandi protagonisti, in grado di dare vita ad alcuni dei personaggi più memorabili della storia del cinema recente. Due occhi bellissimi e un’espressività unica fanno di Day-Lewis una delle poche facce in grado di reggere il confronto con James Stewart, Marlon Brando, Mastroianni, Cary Grant, Tony Curtis, Belmondo, e via fino a nominare tutti gli dei del Pantheon cinematografico.

Un’ombra di malinconia permea dunque tutta la visione del film, aggiungendo un filo (fantasma) di rimpianto a quell’estesa gamma di romantici sentimenti capaci di scaturire da un film che, però, oltre a tutto il resto, sa anche restituire una giusta dose di gratitudine, per esserci stati, per aver fatto parte di un’epoca dove i grandi, i più grandi, sono esistiti, dove il filo nascosto dell’eternità passa dalle cuciture e dalle pieghe della stoffa dei sogni del Cinema. •

Nicola Cargnoni

 

 

PHANTOM THREAD (Il filo nascosto)
Regia, sceneggiatura, fotografia: Paul Thomas Anderson • Montaggio: Dylan Tichenor • Musiche: Jonny Greenwood • Casting: Cassandra Kulukundis • Production Design: Mark Tildesley • Art Direction: Chris Peters, Adam Squires • Set Decoration: Véronique Melery • Costumi: Mark Bridges • Produttori: Paul Thomas Anderson, Daniel Lupi, JoAnne Sellar • Produttori esecutivi: Chelsea Barnard, Megan Ellison, Peter Heslop, Adam Somner • Interpreti principali: Daniel Day-Lewis (Reynolds Woodcock), Lesley Manville (Cyril Woodcock), Vicky Krieps (Alma Elson), Camilla Rutherford (Johanna), Gina McKee (Countess Henrietta Harding), Brian Gleeson (Robert Hardy), Harriet Sansom Harris (Barbara Rose), Lujza Richter (Princess Mona Braganza), Julia Davis (Lady Baltimore), Nicholas Mander (Lord Baltimore), Philip Franks (Peter Martin), Phyllis MacMahon (Tippy), Silas Carson (Rubio Gurrerro), Richard Graham (George Riley), Martin Dew (John Evans), Ian Harrod (the Registrar), Jane Perry (Mrs. Vaughan) • Produzione: Annapurna Pictures, Focus Features, Ghoulardi Film Company, Perfect World Pictures • Rapporto: 1.85:1 • Camera: Panavision Panaflex Millennium XL2, Panavision Ultra Speed Z-Series MKII Lenses • Laboratorio: Cinelab (London, UK), FotoKem Laboratory (Burbank, USA) • Negativo: 35 mm (Kodak Vision3 200T 5213, Vision3 500T 5219) • Processo fotografico: sferico • Formato di stampa: 35 mm (Kodak Vision 2383), 70 mm (blow-up) (Kodak Vision 2383), D-Cinema • Paese: USA • Anno: 2017 • Durata: 130′



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