A (wo)man under the influence. “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson

Per quanto turpe possa essere stata l’onta di Vizio di forma, con Il filo nascosto Paul Thomas Anderson l’ha certo lavata. Libero dall’ingombro del genere (noir), l’artista californiano torna a parlare, come meglio sa fare, di ossessioni e stranezze virili, di legami intergenerazionali, di epoche trascorse. E convince, emoziona, abbacina. Encomiato dalla stampa che, secondo le stime di «Rotten Tomatoes», gli ha tributato un consenso critico del 91%, candidato a sei Oscar e già insignito del Bafta Award ai favolosi costumi dell’assiduo Mark Bridges, Phantom Thread è un film che della condizione umana stila un referto spiazzante: forse la normalità non è che un’astrazione logica e la vita è una giga danzata sul ciglio di un fiordo vertiginoso.
Magnificenza è il sostantivo che meglio definisce l’opera. Magnificenza nei 35 mm grandiosamente gonfiati a 70, come in The Master, nelle scenografie, negli abiti e nelle acconciature. Un’eleganza che dà talvolta l’impressione di essere presi per mano e guidati in una tela di Giovanni Boldini, mentre la luce candida, virginale, iperborea che penetra da ampie finestre sagomando un’asettica bellezza, mentre le porte bianche dischiuse su silenziosi, desolati corridoi o su altre porte a loro volta aperte ricordano i dipinti di Vilhelm Hammershøi. Privatosi di Robert Elswit e incaricatosi della fotografia, Anderson cinge lo spazio scenico con panoramiche fastose, lo percorre con carrelli virtuosi, non lesina sulla profondità di campo. E allestisce uno spettacolo in cui, come accadeva in Max Ophüls o Jean Renoir, l’incantevole leggiadria della forma è addotta a mo’ di antifrasi, pregna della sibilante ironia di cui la figura retorica è foriera. La grazia serica, la sinuosità apollinea, lo splendore delle apparenze affermano il malessere, l’inquietudine repressa, la catastrofe possibile, immanente, imminente.
Basti ricordare che, al centro della storia, c’è lui, Reynolds Woodcock, lontanamente ispirato a Cristóbal Balenciaga. Nella Londra degli anni Cinquanta, Reynolds, un Daniel Day-Lewis ferale nel cipiglio, disarmante nel sorriso, è un maturo stilista idolatrato dalle dame dell’upper class. Ma è anche un uomo disturbato. Proprio come il sarto protagonista del Rosso segno della follia di Mario Bava, Woodcock è assediato dal ricordo di una madre adorata che continua ad avvertire come presente. Irritabile al punto che un rumore imprevisto a colazione può turbare la sua sensibilità (succedeva anche in Bava!), egli vive nel culto spasmodico del suo lavoro e di una perfezione anelata senza requie. Moderatamente playboy, ma del tutto anaffettivo e, in fondo, morigerato anche nella pratica sessuale, appartiene, come i suoi lussureggianti modelli, a un’età dell’innocenza, Edith Wharton docet (e non fu proprio Day-Lewis il Newland Archer del grande schermo?), intreccio di plutocrazia e buone maniere, conservatorismo e puritanesimo e devianze riportate alla misura di una comune ipocrisia. Accanto a lui, vestale e fida amministratrice della maison, la sorella nubile Cyril, un’esatta Lesley Manville il cui sguardo manifesta e, insieme, occulta il più torvo sgomento, di nuovo alle prese con un ruolo frammisto di alterigia e infelicità.

 

Alma (Vicky Krieps) models a sage green dress

 

A turbare la quiete e a frantumare il ghiaccio dell’esistenza del couturier penserà Alma (Vicky Krieps, rivelazione lussemburghese straordinariamente somigliante a Julianne Moore), una giovane cameriera che renderà Reynolds ubriaco d’amore. Anche lei s’innamora di lui e diviene la più resistente e ligia delle sue modelle, nonché sua musa. Eppure Alma non intende soccombere alle strampalate idiosincrasie dell’amante, né assoggettarsi all’imperio capriccioso di lui. Se, inizialmente, come l’eroina di un romanzo gotico, si trova asserragliata in una dimensione preoccupante e ostile, saprà, con tenacia e ricorrendo a soluzioni estreme, rovesciare la situazione, fino a ridurre il compagno in suo potere. È, dopo tutto, Alma a raccontare, in un torrenziale flashback, gli eventi, a imporre, quindi, sull’accaduto il suo punto di vista. Certo, l’itinerario coscienziale e morale che la ragazza compie rivelerà non solo la cocciuta volontà di preservare il proprio amore dalle bizzarrie dell’amato, ma anche un’indole non meno stravagante di Reynolds. L’interiorità umana può solo sorprendere chi la esamini, come Anderson, senza preconcetti, al pari di una pellicola in cui le note dell’Allegro del Trio n. 2 in mi bemolle maggiore Op. 100 di Franz Schubert si alzano a commentare una sfilata di moda in un atelier londinese. E, alla fine, Alma, ciò che umilia ulteriormente Reynolds e sancisce l’avvenuto contrappasso, sembra guadagnarsi anche le simpatie e l’appoggio della sospettosa Cyril, evidentemente stanca del fratello. Molto icastica è la scena in cui la soggettiva di Manville, assisa dietro la scrivania, mostra Reynolds “compresso” tra Cyril, davanti a lui, e Alma, alle sue spalle, tra una sorella che non desidera più ascoltarlo e una donna che lo sovrasta (lui è seduto, lei in piedi).
Nell’attraversare le anse di una relazione sadomasochistica in cui le parti si invertiranno, Anderson raggiunge una così caustica sincerità da richiamare, anche per l’umorismo sotteso, certi luoghi della filmografia di Luis Buñuel (Tristana, per citare un titolo). L’agire di Alma, dal canto suo, denota quelle improvvise impennate di pazzia di molti personaggi muliebri di Claude Chabrol, Violette Nozière e le sue sorelle, con la faccia, spesso, di Isabelle Huppert. Una dimensione viscontiana, nel senso di Luchino, è invece data dalla natura crepuscolare e soccombente della figura di Reynolds, uno che, come antesignani dal volto di Burt Lancaster o Dirk Bogarde, assiste al dissolvimento del proprio orizzonte valoriale, estetico, sociale, storico. In fondo, di lì a poco Mary Quant inventerà (?) la minigonna, la Swinging London si sbarazzerà di certe formalità e quindi il Sessantotto e la contestazione studentesca archivieranno l’evo di strascichi e sottogonne, antichità e galanterie che per Woodcock aveva rappresentato l’acme. Ma, senza scomodare Visconti, Daniel Plainview, nel Petroliere, altra prova maiuscola di Day-Lewis, non era il residuato di un Ottocento pionieristico e sanguinario pronto a passare? O Jack Horner, il regista hard di Boogie Nights incarnato in Burt Reynolds, un caparbio e anacronistico paladino della pornografia di qualità ai tempi dell’avvento del home video e dell’imbarbarimento della produzione?
Crepuscolo o caduta degli dèi, il personaggio trascina con sé l’interprete non solo nel training maniacale in cui l’indefettibile Daniel ha imparato addirittura a cucire. Phantom Thread è, infatti, come noto, l’ultimo film dell’attore, ritiratosi, ormai, dai set. Allora, perché, colendissima Academy, non assegnare proprio a Day-Lewis la quarta, definitiva, meritata statuetta? Don’t take it personal, Mr. Oldman… •

Dario Gigante

 

Reynolds (Daniel Day-Lewis) and Alma (Vicky Krieps) embrace after the party

 

PHANTOM THREAD (Il filo nascosto)
Regia, sceneggiatura, fotografia: Paul Thomas Anderson • Montaggio: Dylan Tichenor • Musiche: Jonny Greenwood • Casting: Cassandra Kulukundis • Production Design: Mark Tildesley • Art Direction: Chris Peters, Adam Squires • Set Decoration: Véronique Melery • Costumi: Mark Bridges • Produttori: Paul Thomas Anderson, Daniel Lupi, JoAnne Sellar • Produttori esecutivi: Chelsea Barnard, Megan Ellison, Peter Heslop, Adam Somner • Interpreti principali: Daniel Day-Lewis (Reynolds Woodcock), Lesley Manville (Cyril Woodcock), Vicky Krieps (Alma Elson), Camilla Rutherford (Johanna), Gina McKee (Countess Henrietta Harding), Brian Gleeson (Robert Hardy), Harriet Sansom Harris (Barbara Rose), Lujza Richter (Princess Mona Braganza), Julia Davis (Lady Baltimore), Nicholas Mander (Lord Baltimore), Philip Franks (Peter Martin), Phyllis MacMahon (Tippy), Silas Carson (Rubio Gurrerro), Richard Graham (George Riley), Martin Dew (John Evans), Ian Harrod (the Registrar), Jane Perry (Mrs. Vaughan) • Produzione: Annapurna Pictures, Focus Features, Ghoulardi Film Company, Perfect World Pictures • Rapporto: 1.85:1 • Camera: Panavision Panaflex Millennium XL2, Panavision Ultra Speed Z-Series MKII Lenses • Laboratorio: Cinelab (London, UK), FotoKem Laboratory (Burbank, USA) • Negativo: 35 mm (Kodak Vision3 200T 5213, Vision3 500T 5219) • Processo fotografico: sferico • Formato di stampa: 35 mm (Kodak Vision 2383), 70 mm (blow-up) (Kodak Vision 2383), D-Cinema • Paese: USA • Anno: 2017 • Durata: 130′



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