Var-hami. La carota d’Ilaria Pezone

“Estraendo una carota dalla tasca e indicandola, chiede al suo vicino: – Fuma? E l’altro sorpreso: – Ma questa è una carota! – E chi non lo vede? Io le chiedevo solo se fuma”. “Var-hami” in sanscrito (ma chi ti conosce) significherebbe: “Scelgo, voglio”. Che scegli? Che vuoi? L’arte cinematografica sta oramai nel picconare arcani. Preziosismi che la rete, frugandola, snoccioli. Ci fa credere d’esser colti. Ah, l’onanisme! E il plauso si concederà, menzioni critiche festivaliere, ai “misteri”; carota. Un “piacente mentalista” antico compagno d’infanzia della regista viene ritratto. Ciuffo. Giacchetta. Interni piccolo-borghesi. Brianzolo afrore di morte. Quei colorini pastello delle villettine, degli appartamentini di cartongesso lustro. Il suvvetto nel box ripulito la domenica. Il traballare. Il morto nascosto: se stesso. “I defunti vengono sistemati, ma non segregati, e continuano a camminare fra i viventi” (Goffman). Carota. Prestigiatori da strapazzo: autori; attori. Il discorso stantìo sa di vetustà: biscotto fuor dal vaso per tutta la notte, chi lo mangerà al mattino? Il cercar sé nell’altrui esistenza. Encore une fois? Ne abbiamo parlato nel saggio Il cinema d’Eusebio. “Scansati e fammi vedere il film”, diceva Dino Risi all’Autore con “A” maiuscola. Mi ritrai? Ti ritrai? Fossi in te mi ritrarrei. Di che ci parli? Della magia? Del tarocco? Dell’ipnosi? O di sconfinate mestizie, traumi senza trauma? Della carota. Non c’era già stato un Incedere + retrocedere = ascendere (testamento)? Titolo pezoniano difficoltosamente pronunziabile. Non memorizzabile. Non si cerchi grazia. In cui veniva riciclata la voce del sottoscritto, già adoperata (identica) nel dilatato oltre ogni misura Dulcinea di Luca Ferri. Eran complessi. Sessuali. Elenchi di menomazioni della sfera interiore. Dopo un testamento si continua ad aggiungervi glosse? Carota. È un gioco di prestigio della scatola Ravensburger. Il piccolo mago. Carissimo a questi cineasti. Un testamento di frattaglie interiori (Incedere + retrocedere) in cui si rimesta come quel militare moribondo di Non toccare la donna bianca di Ferreri, che si ricuce da sé le budella mentre le perde: da un lato. E un “film testamento” dinanzi ai Giudici che debbano emettere una condanna per omicidio (La casa dell’amore del succitato Ferri): dall’altro. Qui si gioca. Anzi si giuoca. Il teatrino piccino picciò di chi possa dilettarsi di magia mentre il vicino tira le cuoia attaccato alla bombola sfiatata, in una lettiga che sa di cloroformio, in un ospedale qualunque. In un carcere: idem, per Foucault. La magia della carota. Si giuoca. Con la morte propria: facendo le corna; vabbè passiamoci su, mica era serio. Con l’altrui, invece: è magia! Carote. Oscilla la bacchetta cinematografica. Dinanzi ai nasi. Si fa credere che sia divenuta di burro. E tutti si sta al gioco. Giuoco. Oh! Très amusant, ma chère! Il vero è il falso, purché confezionato. Ma dunque? Sessismo: ce ne pasciamo, e con ciò?: “Le donne non hanno mai niente da dire. Ma lo sanno dire così bene” (Wilde). S’esagera: per difetto. L’alta sartoria del “così bene” è scomparsa. Si confezionano capi modesti. Quanto quelli del “mentalista”. Kitsch. Ma sfocato. Colori pacchiani. Ma da catafalco. Dobbiamo molto a questo film Var-hami: senza di lui potremmo credere all’esistenza dell’arte: una famiglia borghese, rimasta a Parigi durante l’assedio del 1870, è costretta dalla fame a mangiare Azor, il cane di casa. La povera padrona contempla malinconicamente nel piatto le ossa della sfortunata vittima: “– Povero Azor, che scorpacciata ne avrebbe fatta se fosse ancora qui”. Carota. Garrota.

Dario Agazzi



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