François Pirot e Arthur Dupont

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Conversazione con François Pirot e Arthur Dupont, rispettivamente regista-sceneggiatore e attore di Mobile Home (Belgio-Francia- Lussemburgo/2012), presentato in concorso ufficiale a Locarno 65.

a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

 

Rapporto Confidenziale: Volevamo incominciare questa conversazione domandandoti del tuo rapporto con Joachim Lafosse, un regista che amiamo molto, con il quale hai sceneggiato Nue propriété (Proprietà privata, 2006) e Élève libre (2008), e per il quale hai anche recitato nel film Ça rend heureux (2006). Com’è stato lavorare con lui?

François Pirot: Molto bello. Ho incontrato Joachim alla scuola di cinema presso la quale mi sono diplomato in regia, lo IAD (Institute of Media Arts) di Louvain-la-Neuve, in Belgio, e successivamente ho lavorato alla scrittura dei suoi cortometraggi. Poco dopo mi ha proposto di lavorare ad un lungo: Nue propriété. Anche se non ero interessato a diventare sceneggiatore ho accettato, ho trovato l’idea stimolante e mi interessava molto collaborare in maniera professionale con lui. Penso che la sceneggiatura sia la parte più difficile di un film. Dunque lavorare alla scrittura di progetti interessanti come quelli di Joachim – un autore che ha molte idee e con il quale abbiamo esplorato molto – è stata un’esperienza molto fruttuosa che mi ha permesso di scoprire cosa significhi scrivere un lungometraggio. È successo così, non avevo il desiderio di diventare sceneggiatore, sono state le circostanze a portarmici. All’epoca sapevo che sarei stato incapace di raccontare qualcosa di me stesso in un lungometraggio, ma l’opportunità di lavorare con Joachim mi ha permesso di entrare nelle logiche della narrazione e infine di scrivere il mio primo film.

RC: Per Mobile Home hai lavorato con altri due sceneggiatori.

FP: Sì, ho iniziato da solo e poi ho proseguito con Jean-Benoît Ugeux, che è anche un attore. Quindi ho lavorato anche con Marteen Loix, che inizialmente non era una sceneggiatrice ma lo è diventata lavorando al progetto. Il fatto che conoscessi bene la storia, non significa che volessi lavorarci solo. Penso che la sceneggiatura per un lungometraggio sia molto impegnativa… si parla di una novantina di pagine per Mobile Home. È una scrittura particolare perché va indicato cosa si vedrà e cosa si sentirà… è un lavoro lungo e complesso. Lavorare alla scrittura con altre persone, mi ha permesso di mantenere una certa distanza dal progetto. I film di Joachim, non l’ultimo ma i precedenti, sono piuttosto vicini alla sua esperienza personale, così come Mobile Home è vicino alla mia, per fare questo, per riuscire a maneggiare questo materiale, è necessario avere persone che ti accompagnino nella fase di scrittura, così da poter guardare alla storia con un occhio più esterno, con un maggiore distacco.

RC: Guardando il film è facile pensare, vista anche la coincidenza fra la tua età e quella dei protagonisti, che vi sia dentro alla storia una forte componente autobiografica.

FP: Si, magari non è puramente autobiografico. Il mio primo cortometraggio presentava un tema piuttosto simile: era la storia di un musicista che abbandona la sua carriera per fare ritorno al suo paese natale, qualcuno, insomma, che faceva un passo indietro pensando di fare una buona cosa. Ho avuto anch’io questa tentazione, probabilmente perché non ero abbastanza sicuro di me, di riuscire in questo mestiere, e ho avuto la tentazione di fare anch’io un passo indietro. Però, invece di farlo io, l’ho fatto fare a un personaggio fittizio. Partendo da una tentazione personale, è come dirsi: «Cosa succederebbe se…?».
Dunque direi che non si tratta propriamente di un progetto autobiografico, è piuttosto un lavoro che parte da aspetti che sono in me e che posso incarnare attraverso la finzione. In effetti, dopo il mio primo cortometraggio, la tentazione di fare rientro al mio paesino non si è più presentata.
Le problematiche illustrate in Mobile Home, ossia la difficoltà nell’operare scelte professionali o sentimentali, il trovare un proprio posto nella vita, sono difficoltà che ho provato e che molte persone della mia generazione conoscono bene.
Il progetto del viaggio, per esempio, viene da una mia esperienza personale, anche se non ho fatto proprio come nel film. Volevo partire con alcuni amici alla fine degli studi – penso che fosse un desiderio dettato dalla paura del salto nella vita attiva, dell’assunzione di responsabilità, e altre cose di questo tipo – e abbiamo preso del tempo per organizzarci, anche perché non avevamo soldi. Abbiamo bevuto molto e nel mezzo della notte abbiamo deciso di partire. Un nostro amico aveva un’auto, abbiamo salutato in maniera melodrammatica i nostri amici che sarebbero restati, siamo entrati di nascosto nelle case dei nostri genitori per portare via qualche vestito e siamo partiti nel mezzo della notte. Ci siamo risvegliati il giorno dopo nel nord della Francia con una forte emicrania e siamo rientrati!

RC: Immediatamente?!

FP: Sì, immediatamente. Questa storia tragicomica è stata il seme dal quale è nato il film. In Mobile Home ci sono piccole parti autobiografiche, ma non ho mai vissuto la storia raccontata nel film. È questo ciò che amo nella scrittura: poter partire dal personale e chiedersi: «Cosa succederebbe se…?». E quindi incarnarmi nei personaggi e negli attori e poter vivere attraverso la finzione una storia che potrebbe accadere nella realtà.

RC: I due attori protagonisti di Mobile Home, Arthur Dupont e Guillaume Gouix, avevano già lavorato insieme in due occasioni precedenti (Chacun sa nuit di Pascal Arnold e Jean-Marc Barr, nel 2006, e Réfractaire di Nicolas Steil, nel 2009)…

Arthur Dupont: Sì, è vero. E ci conoscevamo da prima ancora.

RC: …li hai scelti per questo loro affiatamento, così evidente sul grande schermo?

FP: In realtà è stata una sorpresa. Li ho visti separatamente e ognuno di loro mi ha fatto il nome dell’altro, dicendomi che avevano lavorato insieme e che si trovavano bene…

AD: Ci apprezziamo e siamo amici.

FP: Era importante che l’amicizia tra i personaggi fosse viva e reale. Il soggetto è fragile, è fatto di piccoli tocchi, per cui era importante che l’energia, che l’anima di alcune scene, provenisse da loro. Durante le prime prove, questa è saltata subito fuori. Era già un’amicizia, non c’è stato bisogno di crearla. C’era già un piacere nell’essere insieme…

AD: E una facilità nel parlarsi ed ascoltarsi senza fingere. C’era da creare una complicità, c’erano da saltare parecchie barriere artificiali, ma per noi questo rapporto era già reale.

FP: Anche in Nue propriété di Joachim il ruolo dei due fratelli era interpretato da due veri fratelli. Trovo che questa dimensione di realtà sia fondamentale per la buona riuscita di un film che fonda il proprio equilibrio sull’autenticità dei rapporti umani.

RC: Arthur: quando ti hanno parlato del film qual è stata la tua prima reazione?

FP: È stato lui ad offrirsi! Capita spesso che siano gli attori ad offrirsi al regista.

AD: È vero, ma sei stato tu offrire a me e Guillaume l’opportunità di portare noi stessi nei personaggi, per arricchirli, per renderli vivi e unici.
Quando ho letto la sceneggiatura ho immediatamente sentito che il ruolo di Simon mi calzava a pennello. Abbiamo fatto una lettura con Guillaume e tutto era perfetto. Io avevo già incontrato François e tutto era andato bene. Il ruolo era vuoto umanamente, la sceneggiatura era vaga al riguardo, e quindi era chiaro che avremmo dovuto creare noi i personaggi, prendere delle decisioni. E questo è positivo. L’amicizia con Guillaume, unita alla sorpresa nell’incontrare un ruolo così vicino a quel che sono realmente, sono state una gioia… ero semplicemente felice.

RC: Come si è svolto il lavoro con gli attori? È facile pensare che abbiate fatto un gran numero di prove e letture, ma con i dialoghi come vi siete comportati? Quale approccio avete utilizzato?

FP: La sceneggiatura conteneva già molto dialoghi e, quando li scrivo, tendo a recitarli immediatamente.

AD: La sceneggiatura era come un dipinto e conteneva già le emozioni su cui avremmo lavorato. C’era l’aspetto psicologico e il desiderio di andare oltre ad esso.

FP: Ho anche pensato di interpretare il ruolo…

AD: E mi ha proposto di dirigere il film. (ridono entrambi)

RC: Non è vero!

FP: Sì, è tutto drammaticamente vero. (ride) Inizialmente la mia idea era quella di dirigere e interpretare il film, e proprio per questo stavo quasi per mollare. Poi ho capito che era il caso di dirigerlo, e basta.
Solitamente provo sempre i dialoghi, in maniera tale da renderli naturali, per renderli fluenti e musicali. Mi piace moltissimo provare, ma avevo paura che così facendo avrebbero perso di spontaneità, ma sapevo che provare paga, perché offre l’opportunità di esplorare i caratteri e dilatare le situazioni. A partire da queste prove, che io filmavo, specialmente quando le facevano con le scenografie già pronte, ho riscritto quasi tutte le scene, basandomi sulle idee nate dagli attori durante le prove. Dunque abbiamo lavorato su di una sceneggiatura scritta, assai dettagliata in ogni aspetto, ma costruita attraverso il filtro degli attori.

RC: Che lo sia davvero o meno, il film appare molto personale. C’è qualcosa di tuo nel ruolo che hai interpretato?

AD: Certo. La musica fa parte della mia vita, le incertezze fanno parte della mia generazione. Ci sono cose che appartengono al mio privato. Il personaggio aveva già una sua personalità, cosa che ha reso semplice entrare al suo interno e lavorarci, svilupparlo. Ci vuole un buon legno per produrre un buon strumento musicale.

FP: Arthur e Guillaume sono due attori molto differenti: Arthur ha lavorato su una base, su cose che gli assomigliano…

AD: Sono partito da una base, da una struttura, per andare verso il personaggio…

FP: Mentre Guillaume Gouix è all’opposto del suo personaggio, non gli somiglia proprio per nulla: è una persona decisamente estroversa, non è preda di paure.

AD: Certo, viene da Marsiglia!

FP: Con Arthur si è trattato di spingerlo verso il personaggio, mentre con Guillaume il lavoro è stato quello della composizione. Ma in fondo si può dire che per entrambi si sia trattato di un lavoro di composizione.

AD: Già, io non sono Simon e lui non è Julien. Abbiamo entrambi seguito un percorso personale per arrivare ai personaggi, per fare sì che ciò che François aveva scritto prendesse realmente vita.

FP: Gli attori sono l’elemento principale del film. L’obiettivo è stato quello di privilegiare la qualità delle loro interpretazioni.

RC: Il film è una commedia in cui si ride molto. Però dietro la commedia c’è anche il dramma. Pensate che la commedia contribuisca a rendere il dramma più reale?

FP: All’inizio, insieme agli altri sceneggiatori, non ci siamo posti l’obiettivo di scrivere una commedia. Ci siamo accorti in fase di scrittura che e la storia era oscura, cupa. È stato poi scrivendo il personaggio di Simon che ci siamo resi conto che sarebbe stato possibile anche riderne. Perché il suo personaggio non ha veri problemi, i suoi tormenti sono quelli di un borghese. Quindi mi sono reso conto del fatto che era necessario prendere le distanze da lui per poterne anche ridere. Alla fine nel film i due personaggi vengono presi in giro, ma molto teneramente. È stato quando abbiamo preso le distanze che ho capito che stavamo iniziando a raccontare la storia nel modo corretto.

RC: Nel film ci sono pochi primi piani. Ci puoi raccontare il perché di questa scelta?

FP: Perché la commedia funziona quando osservi una situazione, dei personaggi, da una distanza. Il dramma chiede la vicinanza, la commedia la distanza. Ecco perché i personaggi sembrano calati in luoghi che non sono mai quelli giusti.

RC: Malgrado questo, molte delle scene del film sono girate nello spazio claustrofobico di un camper. Com’è stato lavorare in uno spazio così ristretto?

AD: La situazione del camper è buffa, perché i due personaggi cercano di scappare da qualcosa e si infilano in uno spazio ancora più soffocante.

FP: Abbiamo fatto un casting anche per il camper. Doveva essere sufficientemente grande da permettere una certa libertà di movimento. Quindi abbiamo fatto le prove nel camper. Anche con la camera. Anche per vedere che tipo di movimenti potesse permettere quello spazio. Alla fine nel camper stavano l’operatore, il fonico e i due attori. Io spesso dirigevo da fuori.

AD: Alla fine non ci si pensava nemmeno più.

FP: È uno spazio simbolico. I personaggi hanno voglia di una casa, ma la casa, per definizione, è uno spazio fisso. Il camper unisce due opposti: la mobilità e il concetto di casa. Il titolo in effetti è un paradosso. E i personaggi quel paradosso lo vivono.

AD: Combina la voglia di avventura e le comodità di tutti i giorni.

RC: Considerando che questo è il tuo primo lungometraggio, quanto è stato difficile reperire i finanziamenti necessari?

FP: È stato difficile trovare i soldi per la fase di scrittura ma poi, a copione scritto, è stato facile. Mi considero fortunato. Abbiamo trovato in Francia i soldi per un’opera prima belga! Ma anche in Belgio è andata bene. Quando ho trovato i finanziamenti in Belgio, ancora non ero soddisfatto della sceneggiatura, quindi ho deciso di scrivere prima e cercare dopo. Non abbiamo avuto il tempo che avremmo voluto, e molte cose sono mancate. Ma non posso che ritenermi fortunato. Non si tratta solo della qualità della sceneggiatura, la fortuna gioca un grande ruolo. Però sta diventando sempre più difficile e capita che ci siano pressioni a livello di casting. Il Belgio non ha molti soldi e quindi la co-produzione è necessaria. Nel nostro caso siamo stato fortunati perché i paesaggi che ci servivano per il film sono uguali in entrambi i Paesi.

RC: Arthur, dopo avere lavorato con un amico come Guillaume e avere avuto spazio nella definizione del tuo personaggio, come sarà tornare a lavorare con altri registi che magari concedono meno libertà?

AD: Sarà diverso. Mi sentirò meno a casa. Ogni équipe, ogni set, è diverso da una altro. Ogni film ha un modo differente di arrivare al risultato che si è prefisso, un approccio particolare di rapportandosi con chi lavora. Questo è stato un film particolare per me. Ci sono avventure che sono più magiche di altre, come lo è stata questa, proprio perché eravamo amici e il fatto che il personaggio avesse dei punti in comune con me è stata una sorpresa. Prima avevo lavorato con Agnès Jaoui nel ruolo di un balbuziente (il film è Au bout du conte, in uscita nel 2013; NdR.) ed è stata una sfida anche perché ho recitato con Jean-Pierre Bacri, che balbuziente lo è davvero anche se non si vede, a meno che non perda la pazienza. È stata un’altra sfida e l’interesse era proprio posto lì. E poi lavorare con Jaoui e Bacri è stata la realizzazione di un sogno perché amo molto il loro cinema. Anche il film che ho interpretato subito dopo – Mauvais fille di Patrick Mille ha rappresentato una sfida, perché Mille l’ha tratto da un romanzo di Justine Lévy, che è sua moglie. Un’altra storia molto personale, visto che il romanzo racconta la loro vita. Quindi questo e il film di François sono molto diversi, ma hanno entrambi aspirazioni personali. È stato complesso perché avevo sempre davanti a me il regista e l’autrice del libro, e questo porta a doversi fidare e chiedere fiducia. Ogni regista ha aspettative particolari, così come particolari sono i metodi di lavoro e gli approcci.
In Mobile Home ci siamo anche molto divertiti e con François siamo diventati amici al di fuori del film. [traduzione: RR]

 

 

 

Mobile Home (Belgio-Francia- Lussemburgo/2012), regia di François Pirot

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Mobile Home

Regia: François Pirot
Sceneggiatura: François Pirot, Maarten Loix, Jean-Benoît Ugeux
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Albertine Lastera
Musiche: François Petit, Michaël De Zanet, Renaud Mayeur
Suono: Benoît De Clerck
Suono mixer: Philippe Grivel
Scenografo: François Dickes
Costumi: Isabelle Dickes
Produttori: Elise Andre, Valérie Bournonville, Frédéric Corvez, Clément Duboin, Donato Rotunno, Joseph Rouschop
Interpreti: Arthur Dupont (Simon), Guillaume Gouix (Julien), Jean-Paul Bonnaire (Luc, padre di Julien), Claudine Pelletier (Monique, madre di Simon), Jackie Berroyer (Jean-Marie, padre di Simon), Anne-Pascale Clairembourg (Sylvie), Gilles Soeder (commerciante), Eugenie Anselin (Maya), Arnaud Bronsart (Stéphane), Gwen Berrou (Virginie), Pierre Nisse (Vincent), Jean-François Wolff (Gérard), Jérôme Varanfrain (Mathieu), Mounir Bouallevul (Mounir), Catherine Salée (Valérie)
Casa di produzione: Urban Factory, Tarantula Belgique, RTBF – Radio Télévision Belge de la Communauté Française
Distribuzione internazionale: Urban Distribution International
Distribuzione francese: DistriB Films
Rapporto: 2.35:1
Suono: Dolby
Lingua: French
Paese: Belgio, Francia, Lussemburgo
Anno: 2012
Durata: 95′

 

François Pirot
Nato a Bastogne, in Belgio, nel 1977, François Pirot si è laureato in arti dello spettacolo e tecniche di trasmissione presso l’istituto IAD of Media Arts di Louvain-la-Neuve (Belgio), con una specializzazione in regia. Ha diretto diversi cortometraggi selezionati in numerosi festival internazionali. Pirot è anche attore e sceneggiatore. Ha fatto parte del cast di Ça rend heureux (2006), di Joachim Lafosse, con il quale ha scritto le sceneggiature per Nue propriété (Proprietà privata, 2006) – in concorso alla Mostra di Venezia – e Élève libre (2008), selezionatoalla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Mobile Home è il suo primo lungometraggio.

 

 

cover image
Mobile Home Concorso Internazionale: da sinistra Arthur Dupont (attore), François Pirot (regista)
© Festival del film Locarno / Marco Abram

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Emanuele Dainotti – www.settesecondicirca.com

 

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