speciale AUGUSTO TRETTI

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«Do un consiglio a tutti i miei amici produttori: acchiappate Tretti, fategli firmare

subito un contratto, e lasciategli girare tutto quello che gli passa per la testa.

Soprattutto non tentate di fargli riacquistare la ragione;

Tretti è il matto di cui ha bisogno il cinema italiano.»
– Federico Fellini

 

 

Augusto Tretti

o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano

 

a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

 


work in progress

 

 

PRIMA PARTE

[RC16, luglio/agosto 2009]

      Augusto Tretti di Stefano Andreoli | pag.15 | HTML

      Il potere di Samuele Lanzarotti | pag.20 | HTML

      • Il potere. La critica (ufficiale) Con le recensioni di U. Casiraghi, E. Flaiano e A. Moravia | pag.22

      • Filmografia | pag.24

 

SECONDA PARTE

[RC17, settembre 2009]

      La legge della tromba di Alessio Galbiati | pag. 17| HTML

      Alcuni giudizi sul film La legge della tromba | pag.21

      Resistenza e cinema: Augusto Tretti racconta di Lorisa Andreoli | pag.24

 

TERZA PARTE

[RC18, ottobre 2009]

      Alcool di Alessio Galbiati e Roberto Rippa | pag.19| HTML

      Alcool. La critica (ufficiale) Con le recensioni di g. d. ( La Repubblica), Tempo Medico,

      Anna Del Bo Boffino e Alberto Crespi | pag. 20

 

EXTRA

DOCUMENTARIO

      Augusto Tretti e la Resistenza a cura di Lorisa Andreoli e Stefano Wiel | VIEW

 

 

Il rapporto con Augusto Tretti è iniziato ormai due anni fa. L’occasione era una proiezione pubblica de Il potere che stavo organizzando e di cui volevo fargli sapere. La sua risposta fu piuttosto incredula: «Ha più di trent’anni, come può interessare ancora?». Sbagliava, ovviamente: un pubblico eterogeneo, composto per lo più da studenti universitari stranieri di varie provenienze ne rimase molto colpito. Con il tempo ho capito che il suo è un atteggiamento: Tretti conosce benissimo la forza che il suo film, che di anni ne ben 37, ha ancora sulle persone che hanno la ventura di vederlo. Fu quello l’inizio di una lunga serie di conversazioni, che continuano da allora. Tretti è così: afferma di non voler più parlare dei suoi film e poi, fortunatamente, finisce con il parlarne per ore. Perché la sua storia è interessante, più di quanto la sua esigua filmografia possa far pensare e i suoi iniziali rifiuti di tornare sull’argomento cinema non appaiono altro che rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, e non certo per colpa sua. Il potere è un film che gli ha cambiato la vita. In peggio. Proiettato alla Mostra del cinema di Venezia del 1972, il film infastidì l’intero arco politico: dalla sinistra alla destra, non dimenticando di turbare soprattutto il centro. «Si goda questa giornata, perché questo è stato il suo ultimo film», gli disse un potente politico dell’epoca, concittadino della Mostra, che non nomino giusto perché, ormai caduto nell’oblìo è bene che ci resti. E così, o quasi, fu. E nulla poterono i suoi sostenitori, nomi come Fellini, Zavattini, Flaiano, Biagi, Antonioni (che lo definì “il nostro Jacques Tati”), Biagi. Non che la cosa possa sorprendere: di fronte a un certo modo di intendere la politica, non c’è nome autorevole che tenga. Il potere, si sa, è in altre mani e il suo esercizio è una pratica disinvolta e soprattutto personale. Ma Augusto Tretti è un uomo di 85 anni dalla voce che tradisce uno spirito molto più giovane. È un uomo generoso di aneddoti sulla sua vita: «A me capitano cose un po’ strane», ama ripetere lui. Vero, posso testimoniarlo dall’ascolto dei suoi racconti. Ma il suo problema, è giusto dirlo, sta tutto nell’avere girato un film che per una certa categoria di persone costituirebbe un problema anche ora. Una testimonianza del fatto che in 37 anni in Italia non pare essere cambiato moltissimo, se non superficialmente.

Roberto Rippa

 

Ho conosciuto il cinema di Augusto Tretti grazie a Fuoriorario. Vidi il film per caso, ricordo di aver video registrato un’intera notte di cinema ghezziano perché interessato ad un film in particolare, ma oggi, a distanza di molti anni, non ricordo nemmeno più quale fosse, quel che rimase impresso nella memoria fu il film di Tretti: Il potere. Un’opera strana, unica ed eccentrica, della quale non mi era mai capitato di leggere alcunché. Tretti è stato un talento estromesso dal cinema italiano, tenuto fuori dalla produzione cinematografica perché troppo distante dalle sue logiche, il suo spirito anarchico, la sua irriverenza nei confronti dell’ordine costituito, il suo rifiuto della società dei consumi, lo hanno esiliato sulle colline appena sopra al lago di Garda. Quel che è più strano è che pure la critica si è tenuta alla larga, esiste infatti ben poco su di lui e per questo riteniamo necessario dare conto del suo cinema.

Augusto Tretti, o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano è un approfondimento, un work in progress, che si pone l’obiettivo di costruire un catalogo di informazioni su di un cineasta che molto ha da dire a proposito della (vera) storia del cinema italiano; la sua vicenda – umana e professionale – rappresenta ai nostri occhi un caso esemplare, paradigmatico, della natura del nostro cinema, incapace di produrre e credere in quelle opere, e quei talenti, che forzano la consuetudine cinematografica corrente e che per questa loro attitudine vengono costretti al silenzio, all’invisibilità.

Alessio Galbiati

 

 

 

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