Caro Nonno > Luca Ferri

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carononno

«L’unica differenza tra un pazzo e me, è che io non sono pazzo!»
Salvador Dalí

 

Caro Nonno non sembra neanche un film. È un oggetto volante non identificato figlio di madre e padre ignoti. Breve durata, pochissime immagini, voce off sintetica. Presentandolo a Capo d’Orlando, in anteprima – mondiale of course –, durante le combattive e splendide giornate di Nomadica, ho pensato che la forma migliore potesse essere quella della provocazione, dell’instillazione del dubbio circa la presenza di fronte a quel film. Ho detto, alle persone presenti, che il regista avrebbe gioito nel vederli alzarsi dalla seggiola e prendere l’uscita ma che, se fossero riusciti – anche solo per pochi minuti – ad accettare il suo discorso, a quel punto sarebbe stato sciocco mollare sul più bello. Perché dargli questa soddisfazione?
Il cinema di Luca Ferri è sempre una sfida nei confronti dello spettatore, uno sberleffo un po’ sadico alla pazienza e alla sopportazione. C’è in Ferri un gusto goliardico, agghindato da (patafisico) intellettualismo novecentesco, per il senso dello sfinimento, per l’inquadratura impossibile, per la dilatazione della durata oltre ogni ragionevole buon senso. Davanti ai suoi film si è sempre sospesi di fronte al dubbio d’esser presi per i fondelli e confesso di non aver ancora compreso se Ferri stia in realtà prendendosi gioco di tutti noi. Perché se la reazione più sana di fronte al suo cinema è proprio quella di alzarsi e andarsene, in taluni passaggi a gambe levate, è pur vero che essi producono la perversione dell’attenzione e addirittura del piacere. Come un moderno De Sade ci trattiene di fronte alla propria crudeltà e, come ostaggi che provano amore per il proprio aguzzino, genera in noi una strana sindrome di Stoccolma che ci ipnotizza in un sorriso ebete.

Caro Nonno è un cortometraggio della durata complessiva di 20 minuti, costruito sopra a 7 inquadrature. Tre sorelle o tre gemelle – dalle fattezze tutt’altro che femminee di Dario Bacis (maschera prediletta del cinema di Ferri) interpretate con il solo viso e con in testa tre parrucche differenti – scrivono una lettera al nonno (materno o paterno?), la loro voce è meccanica, in tutto simile alla voce sintetica di Google Translate. Nell’incipit vediamo le tre nipoti e la voce off racconta il funzionamento del film: non troppo dissimile dalla cremagliera dell’inquisizione (sistema semplice e assai in voga in quell’epoca, molto apprezzato dal popolo per la resa spettacolare, decisamente efficace per l’estorsione di qualsiasi tipo di confessione, reale o di fantasia: la vittima veniva legata su di una tavola per le mani e i piedi collegati, mediante funi, a dei rulli che, attraverso la progressiva tensione delle funi, slogavano e fratturavano tutte le articolazioni). Seguono le tre lettere recitate da voce meccanica off, che in breve si caccerà – indelebilmente – nel timpani e nella mente, accompagnate ogni volta da una singola inquadratura. Tre lettere simili, recapitate al nonno a distanza di vent’anni dal momento della scrittura, ognuna a distanza di un anno dall’altra, contenenti considerazioni sulla spietatezza degli insegnamenti impartiti con insistente autorità. Il tutto si chiuderà con l’apparizione del venerando briccone, un anziano uomo seduto su di una seggiola.

Didascalico e tautologico Caro Nonno è un meccanismo perfetto e compiuto che si alimenta da sé, un nastro di Moebius che scorrere infinito.

 

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Luca Ferri, che nell’incipit si autodefinisce «quel tale che detesta tutti», con Caro Nonno celebra l’amico Dario Agazzi, «compositore vivente» e sodale compagno di merende, con il quale ha collaborato alla realizzazione di praticamente tutta la sua filmografia: MagoG [O Epifania del Barbagianni] (co-regia Samantha Angeloni, 2011), Kaputt/Katastrophe (2012), Ecce Ubu (2012), Habitat [Piavoli] (co-regia Claudio Casazza, 2013), Curzio e Marzio (2014) e l’imminente/incombente Abacuc (2014). Dunque un ommage al compositore e amico (nonché sostanzialmente l’unico lavoro privo della sua musica), che è un monumento alla crudeltà di questo oscuro nonno, così spietato con le tre nipoti, sempre prodigo di insegnamenti osceni e truffaldini. Nelle tre lettere veniamo messi a parte dell’odio che questo infido vecchietto, sconsigliandone vivacemente la frequentazione, riversava su Adorno, Dix, Kracauer, Groz, Bernard, Loos, Novalis, Festugière e Adelardo di Bath. Egli era inorridito a tal punto da Stravinsky, Bukowski e Marx da portare le nipoti a sputare sulle rispettive tombe. E ancora: antigesuitico, antiebraico e antiumanitario; con una strana passione per Adorno, del quale conservava sotto il cuscino una foto che ritraeva il filosofo tedesco «sodomita» con Stravinsky e citando il quale, in un’ultima missiva scritta venti anni prima, si accomiatò dalle tre fanciulle.

Caro Nonno è un un film impossibile, capace però di funzionare in maniera perfetta, producendo il riso nel pubblico proprio là dove lo si era programmato. Vederlo su grande schermo, proiettato davanti a un pubblico malcapitato costretto a rimanere fino alla fine, mi ha rivelato – una volta di più – che il cinema di Ferri funziona. Costruito in maniera artigianale e goliardica, sospeso fra sberleffo e parodia, il cinema di Luca Ferri è tra i risultati più solidi che il cinema indipendente italiano odierno conosca, perché nella sua anacronistica forma e nel suo lavoro su concetti e sostanze novecentesche è in grado, come nessuno, di inventarsi un proprio linguaggio e un proprio mondo. Cos’è in fondo il cinema se non un linguaggio e a cos’altro può ambire un regista se non all’edificazione di un proprio stile unico, riconoscibile e autonomo?
Caro nonno è un oggetto volante non identificato e Luca Ferri un alieno che ha progettato e realizzato una filmografia unica, fuori tempo massimo.

In attesa di vedere Caro Nonno proiettato in una qualche multisala, magari prima di un nuovo episodio della saga Transformer (a mio avviso sarebbe un’accoppiata micidiale, si prega il distributore italiano di telefonarmi a ore pasti per farsi spiegare la portata rivoluzionaria di tale idea), tempestate di mail il suo autore per reclamare la vostra visione privata, trovate i suoi contatti sul suo sito (questa sì che è una vendetta per cotanta severa crudeltà; caro Luca). •

Alessio Galbiati

 

 

Caro Nonno
Ommage al compositore vivente Dario Agazzi
Regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia, testi e voci meccaniche: Luca Ferri
Montaggio, traduzioni, sottotitoli: Samantha Angeloni
Musica: Björn Isebaert “Schlagerpotpourri (89-key Gavioli)”
Interpreti: Dario Bacis (le tre gemelle), Carlos Gonzalez (il nonno)
Produzione: Lab 80 film
Formato: HD
Paese: Italia
Anno: 2014
Durata: 20′

 

CARO NONNO dossier a cura di Luca Ferri

 

BONUS TRACK / da tenere in considerazione per dei corposi DVD-extra

 

© Claudio Cristini – 2014 – fonte

 

Luca Ferri (Bergamo, 1976) si occupa di immagini e parole.
Tra il 2005 e 2008 ha realizzato corto, medio e lungometraggi che hanno partecipato a rassegne e concorsi. Nel 2011 Magog [o epifania del barbagianni] è stato presentato a Bergamo; nel 2012 è stato selezionato per alcuni festival, tra cui la 48^ Mostra del Nuovo Cinema (Pesaro). Il lungometraggio Ecce Ubu (2012) è stato presentato presso alcune gallerie e mostre d’arte. L’ultimo suo lavoro, il cortometraggio Kaputt/Katastrophe (2012), ha partecipato in concorso al Festival Cinemazero di Trento. I suoi lavori sono stati prodotti da Lab80film e recentemente acquisiti dal Circuito Nomadica. Nel 2012 è stato selezionato per i laboratori di Filmmaker presso la “Fabbrica del Vapore” (Milano) tenuti da Ben Rivers, Michelangelo Frammartino, Leonardo di Costanzo. Nel 2013 il film Habitat [Piavoli], ritratto del famoso regista bresciano girato insieme a Claudio Casazza, viene selezionato al Torino Film Festival.

ferriferri.com

 

Catalogo ragionato di Luca Ferri [PDF download] – redatto dal compositore Dario Agazzi

 

Luca Ferri in Rapporto Confidenziale
HABITAT [PIAVOLI] di Luca Ferri e Claudio Casazza – recensione a cura di Leonardo Persia
PREAMBOLO PATAFISICO SUL CINEMA DI LUCA FERRI. CON LA SCANSIONE DI 9 ROTORILIEVI DI DUCHAMP di Giuseppe Spina e Giulia Mazzone (Nomadica) con Luca Ferri in Rapporto Confidenziale 38

 

 

Le immagini presenti nell’articolo sono scatti realizzati in occasione dell’anteprima mondiale di Caro nonno a Capo d’Orlando – agosto 2014 @ NOMADICA

 

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