Il conservatorio di “Donna Cecilia” in “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder

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Il conservatorio di “Donna Cecilia” in A qualcuno piace caldo di Billy Wilder
a cura di Dario Agazzi

Vi sono opere che non potranno mai essere né eguagliate né superate da alcuno (del resto, non ve n’è bisogno). È il caso di A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot), film di Billy Wilder del 1959 (stesso anno di A doppia mandata di Chabrol, della cui musica mi sono occupato in precedenza). Nel noto giochetto dell’isola deserta à la manière de Robinson Crusoe, “sulla quale si fosse costretti a portare un solo film”, il sottoscritto recherebbe con sé questa commedia. Ebbene, non vi è una sola musica “classica” nel film, né una partitura degna di tale nome. Dovrò rimangiarmi quanto ho scritto per i dialoghi e le musiche del film Abacuc girato da Luca Ferri qualche anno fa, ovvero – citando liberamente T. W. Adorno – che “chi ascolta il jazz eiacula precocemente”? Non direi, anche perché il filosofo e musicologo Adorno – nonstante fosse stato allievo di Alban Berg – usava intrattenere “nelle serate conviviali gli amici suonando al pianoforte i successi di Marlene Dietrich e i songs de L’opera da tre soldi” (Massimo Carboni, prefazione a T.W.Adorno, Long play e altri volteggi della puntina). L’Ippopotamo Arcibaldo (come veniva chiamato Adorno affettuosamente dalla moglie Gretel, a sua volta definita “Giraffa moderna”) non era tanto ottuso come l’hanno dipinto i posteri al fine di sostenere di volta in volta tesi speciose. Tornando al jazz, si potrebbe dire che nessun film sia più vivacemente musicale di A qualcuno piace caldo, fin dal titolo un omaggio al jazz “caldo” (“hot”) che imperversava negli Stati Uniti del Proibizionismo. Musicisti scalcinati sono i protagonisti; leggende che paiono aver sconfitto il “memento mori”, non essendo mai morti affatto (benché fisicamente siano tutti scomparsi). In questa fauna di sonatori che sbarcano il lunario, spicca la contrapposizione fra l’esagitato jazz e una presunta “educazione musicale classica” alla quale riferirsi senza sapere bene che cosa essa sia. E qui volevo arrivare. Onde dimostrare a Susy – la direttrice d’orchestra che si reca in Florida con la sua compagine musicale femminile e nella quale si nascondono Curtis e Lemmon in panni muliebri – che “hanno studiato in ottime scuole”, i citati sax tenore e contrabbasso dichiarano d’aver frequentato “per tre anni” il conservatorio di “Donna Cecilia”. Silenzioso rispetto degli astanti alla parola “conservatorio” e – ancor più – a “Donna Cecilia”. Più oltre nel film, gli anni di frequentazione si ridurranno drasticamente…” a un anno intero!”. In un’Italia – che fu, nei tempi andati, patria della musica: ancora oggi le indicazioni agogiche (“Allegro”, “Andante”, “forte”, “piano”, “con brio” e via enumerando) sono in italiano – esistono davvero un conservatorio e un’accademia con un nome simile a quello citato nel film: si tratta del conservatorio di S. Cecilia e dell’antica Accademia Nazionale di S. Cecilia, ubicati nello stesso isolato a Roma. Se per gli americani di quegli anni costituiva garanzia di “educazione musicale”, oggi – mutatis mutandis: ma quanto, ohimè, mutatis mutandis! – debbo dire che mi andò di traverso il tè che stavo sorseggiando, quando vidi sull’inserto Domenicale del Sole 24 Ore una pubblicità di un concerto tenutosi pochi mesi fa presso la nota Accademia. Non citeremo i nomi, si capisce: ma una notissima cantante, oggi “star” romana, coadiuvata da un altrettanto celebrato direttore (non osiamo immaginare i rispettivi cachet), credendo di omaggiare Mozart con un concerto, fecero una sorta di strage nel loro programma, decurtando quel capolavoro del contrappunto che è la Sinfonia n. 41 in do maggiore – numerata “551” tanto nel catalogo Koechel quanto nel catalogo Einstein – e nota come “Jupiter”: in programma era infatti il solo IV movimento (sic… ma anche sigh). Per tacere della selezione da Reader’s Digest del resto dei pezzi eseguiti. Mi domando: ai tempi dei dischi a 78, le esigenze di spazio costringevano i produttori a pubblicare moncherini di opere e sinfonie (ne ho ereditata una collezione, proveniente da un generale melomane, amico di famiglia nel secolo scorso). Ma nel 2017, il fatto che presso l’Accademia di S. Cecilia si esegua una sinfonia di Mozart in forma di uomo tronco (tagliare il I, II e III movimento è come pretendere che una persona sia riconoscibile dopo averle amputato le gambe, le braccia e, perché no, la testa) ben sintetizza l’epoca di “velocità” e “sintesi da social networks” che viviamo. Vi accontentereste della sola battuta finale di A qualcuno piace caldo: “Beh, nessuno è perfetto”, se il resto del film vi venisse negato? Così per il solo finale della “Jupiter”. C’è da pensare seriamente se una sana e scalcinata orchestra jazz diretta da “Susy” con le sue “dame del ritmo” non sia garanzia di maggiore educazione musicale piuttosto che le “nobili e blasonate istituzioni classiche”. A poco tempo fa risale la segnalazione di un’amica (la quale mi raccomandava che sarebbe stato un “contributo alla mia ulcera”) riguardante l’inaugurazione dell’anno accademico in corso dell’Università Statale di Milano, ove fu eseguito un estratto delle musiche del film Mission: “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate!” (Dante, Inferno, c. III, v.9); tanto colà – con oboi melodici per commozioni ritagliate su misura come i calzoni – quanto all’Accademia Nazionale di S. Cecilia… con la sua band di killer amputatori di partiture. •

Dario Agazzi

 





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