Un’esperienza dolorosa e tremenda. “Safari” di Ulrich Seidl

« Mi sono messo in viaggio per scoprire e mostrare cosa motiva tante persone a cacciare e come questa attività possa diventare un’ossessione. Ma durante la lavorazione il film è diventato anche un film sul concetto di uccidere: uccidere per il piacere di farlo senza essere mai davvero in pericolo, uccidere come una sorta di liberazione emotiva. Conoscevo cacciatori che uccidevano ma non coppie e famiglie che si baciano e congratulano tra loro dopo l’uccisione. L’atto di uccidere sembra per loro un atto libidico. »
– Ulrich Seidl

Quando penso al cinema di Ulrich Seidl mi vengono alla mente sempre due cose: l’atro(ce) Hundstage (Calicola, 2001), film che scioccò i mie vent’anni, e lo scrittore e drammaturgo Thomas Bernhard. Come a dire Austria infelix. Poi, col passare degli anni, quell’estraneità aliena e un po’ allucinata del suo cinema è in qualche modo trasmigrata dentro di me, o meglio, quello sguardo, col passare degli anni è divenuto anche il mio sguardo, come se la realtà con l’avanzare degli anni perda ogni sua idealistica speranza cedendo il passo a un dipinto dalle tinte fosche composto da immagini crude.
Scrisse Bernhard: “Il mondo è surrealistico da cima a fondo.” Come dargli torto? Da questo assunto di partenza sarà più semplice immergesi nell’orrore omeopatico del safari seidleinao, una specie di cinico tv africano con al centro dell’inquadratura bolsi cacciatori austriaci e tedeschi in trasferta con fucile.
Uccidere, in fondo, è un’idea come un’altra – rivendicano i crucchi visi pallidi. Uccidere per piacere, per divertimento, per svago contro la noia. Antilopi leoni impala zebre cobi gnu… bestie varie che si aggirano ignare di tanta morbosa attenzione per riserve naturalistiche nell’Africa dimenticata (una riserva tra i confini di Namibia e Sud Africa), “in via di sviluppo” secondo uno dei turisti che espone davanti alla macchina da presa il proprio pensiero. “Si aiutano le nuove generazioni a vivere meglio”, dice in simbiosi una giovane coppia di fratelli, abbattendo gli anziani e i malati si rende più semplice la vita del resto del branco. “Per alcuni è una liberazione.” “Non uso la parola uccidere. Dico abbattere. Suona meglio”, confessa una donna sovrastata da un’enorme capoccia di antilope appesa alla parete. Safari scandaglia le motivazioni di questi turisti della morte, della caccia controllata, dello sterminio soft organizzato e lo fa mettendoli in scena come ridicole creature alle prese con un goffo giocare. Il loro vagare accucciati per la savana, sempre intenti a scambiarsi seriose direttive, meticolosi e mai realmente minacciosi eleva a ridicolo una pratica anacronistica che inopinatamente perdura fino ai giorni nostri. L’uomo nero accompagna in silenzio queste spedizioni di esosi occidentali con lo sguardo scettico di chi giudica ogni flaccidità ridicola e grottesca. E lo spettatore con lui, non smette un solo istante di giudicare. Seidl si dimostra una volta di più spietato metteur en scène delle meschinità umane; mai empatico verso i mostri che entrano nella sua inquadratura, egli possiede la rarissima qualità di demistificare la potenza agiografica del cinema. Ciò accade perché il suo sguardo è tutt’altro che documentaristico, egli indaga l’immagine con idee preconcette ben definite (a tesi), non attende l’epifania del reale, al più è aperto alla poetica del brutto; didascalico e manicheo, Seidl è un dannato moralista con le idee chiarissime sull’esistenza. E raramente, pur nei granguignoleschi esiti, è possibile essere in disaccordo. Verificata la conclamata ferocia dello sguardo di Seidl viene da domandarsi quanto in realtà egli intenda mettere in commedia anche noi che osserviamo – e mi pare questo il grande dilemma che sotterraneo scorre sotto la superficie della sua intera filmografia.
Sono pazzo o tutto il film è attraversato da reminiscenze novecentesche tremendamente fosche? Non è forse tutto, ma proprio tutto il cinema di Seidl (dal 2001 portato avanti con la compagna e sceneggiatrice Veronika Franz), uno scandaglio di ciò che permane nel contemporaneo dell’ideologia nazista e di ciò che nella natura umana è immanente a quella stessa ideologia mortifera? Alzi la mano chi non l’ha mai pensato accostandosi a uno qualsiasi dei suoi film, siate sinceri però…
Non certo il miglior film di Seidl ma nondimeno solido documentario di osservazione che espone con chiarezza la peculiarità dello sguardo, e il modo di intendere il cinema, d’un autore che ha saputo in oramai quasi quarant’anni di carriera (esordì nel 1980 con Einsvierzig) articolare un monolitico discorso sull’essere umano e le sue miserie. Ed è straordinario, proprio perché raro, rilevare ogni volta la sua, pressoché unica, abilità nel costruire personaggi verso i quali lo spettatore può provare un sano e catartico disgusto; è anzi il disgusto il sentimento morale che pervade ogni sua opera.

Safari è un’esperienza dolorosa e tremenda.

Ideale prosecuzione del precedente Im Keller (In the Basement), opera del 2014 dedicata alle cantine degli austriaci (dunque scavo negli abissi di una nazione), dal quale riprende una coppia di anziani safaristi, fu presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2016.

Grazie a Lab 80 film Safari sarà nelle sale italiane dal 1 settembre. •

Alessio Galbiati

 

 

SAFARI
Regia: Ulrich Seidl • Sceneggiatura: Ulrich Seidl, Veronika Franz • Fotografia: Wolfgang Thaler, Jerzy Palacz • Produzione: Ulrich Seidl Film Produktion, Österreichischer Rundfunk (ORF), ARTE Deutschland, Danish Documentary Production, WDR Westdeutscher Rundfunk • Paese: Austria, Danimarca, Germania • Anno: 2016 • Durata: 90′

lab80.it/safari

 

 

Se l’umanità venisse spazzata via. Alcune note su “Safari” di Seidl
a cura di Dario Agazzi

 

Ulrich Seidl – Intervista
a cura di Roberto Nisi
riprese di Laura Viezzoli
realizzata nel giugno 2013 a Bologna, durante il Biografilm Festival
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